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“Picciotti, cosa vi ho fatto?” Si conclude domani la mostra sul giudice Livatino a Padova

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Picciotti, cosa vi ho fatto? Sono le ultime parole pronunciate dal giudice Rosario Livatino, il 21 settembre 1990, prima di essere freddato senza pietà con un colpo alla testa dalla stidda siciliana lungo la statale 640 Agrigento-Caltanissetta, mentre si recava al lavoro senza scorta per scelta, al fine di non mettere in pericolo innocenti vite altrui.

Ma Rosario Angelo Livatino, oltre a essere lasciato solo anche dai suoi colleghi, come successe in seguito a Giovanni Falcone, non dava fastidio alla mafia solamente per le indagini condotte con rigore scientifico e grande onestà intellettuale.

La sua più grande colpa era la sua incrollabile fede. Quello del giudice Livatino, infatti, è stato prima di tutto un assassinio “in odium fidei”.

Una fede che l’ha portato a essere il primo magistrato beato della Chiesa Cattolica.

Compito del magistrato non deve quindi essere solo quello di rendere concreto nei casi di specie il comando astratto della legge, ma anche di dare alla legge un’anima, tenendo sempre presente che la legge è un mezzo e non un fine. Rosario Livatino

Rosario Livatino ha lasciato dei diari. Alcuni stralci sono in mostra al Palazzo di Giustizia di Padova fino a domani 4 aprile, insieme a foto e altre testimonianze. Un percorso espositivo che ha fatto appassionare molti giovani, al di là di ogni più rosea previsione.

Inaugurata a Padova il 22 marzo scorso, la mostra su Rosario Livatino ha avuto il suo momento di rilievo venerdì 31 marzo con la conferenza “La vita e il martirio del giudice Rosario Livatino: una proposta e una promessa per il presente di tutti” nell’Aula Falcone e Borsellino del Palazzo di Giustizia, alla presenza del ministro della Giustizia Carlo Nordio, del Vicepresidente del Consiglio Superiore Magistratura Fabio Pinelli, di Domenico Airoma, Procuratore di Avellino e Vicepresidente del Centro Studi Livatino, di Stefano Delle Monache Ordinario di diritto privato all’Università di Padova e di Andrea Ostellari, Sottosegretario alla Giustizia. Moderatore dell’incontro, l’avvocato Domenico Menorello del network “Ditelo sui tetti”.

Non si trattava solo, come avviene nell’ambito laico di un ‘dover essere’ che fa parte della coscienza, Livatino si poneva su un piano superiore, non solo di chi accetta il suo destino di servitore dello stato. Lui ha anche perdonato i suoi nemici”, ha esordito Carlo Nordio.

Personalmente non credo sarei riuscito a fare altrettanto – ha proseguito il ministro -. Dov’è la giustizia divina nell’omicidio di un uomo umanamente sano come Rosario Livatino? Forse il giudice siciliano non si poneva neppure questa domanda, ma l’Antico Testamento è percorso da questa domanda di giustizia“.

Quindi Rosario Livatino diventa più che un giudice ragazzino[1], connotazione riduttiva della statura morale dell’uomo e del magistrato, “un sacerdote della Costituzione”.

Significativo l’intervento del procuratore di Avellino e vicepresidente del Centro Studi Livatino Domenico Airoma, che ha annunciato il lancio della proposta di nominare Rosario Livatino patrono dei magistrati.

Fabio Pinelli, vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, ha ricordato Livatino citando “la solitudine del magistrato, l’integrità morale, la professionalità, l’amore al diritto. Livatino era un laico della Chiesa e un sacerdote della Costituzione”.

Il percorso della mostra, lasciata Padova, proseguirà a Pescara, Livorno, Torino solo per citare i prossimi appuntamenti.

Perché Rosario Livatino, che nello “Stivale” fino a poco tempo fa era solo il protagonista del film di Alessandro Di Robilant datato 1994, in Sicilia è da sempre sinonimo di fede, giustizia e grande umanità.

Valori che finalmente hanno lasciato l’isola per peregrinare letteralmente lungo tutta la nazione, facendo conoscere la storia immortale di un uomo e di un magistrato a tutti, soprattutto alle nuove generazioni, affinché ne facciano tesoro e comprendano le virtù dell’integrità e del perdono, oggi spesso dimenticate.


[1] Giudice ragazzino è l’appellativo che si deve all’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga, quando definì “giudici ragazzini” i magistrati di prima nomina mandati allo sbaraglio nelle zone calde della Sicilia. Parole che fecero soffrire Vincenzo e Rosalia Livatino, genitori di Rosario, cui Cossiga nel luglio del 2002 indirizzò una lettera tramite Il Giornale di Sicilia. “Quel giudice ragazzino? Un eroe e un santo” che invece provocò la dura reazione dei genitori del magistrato assassinato che mai accettarono questo “soprannome”.

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