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Piazza Garibaldi

Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!

Le campane della chiesa del Rosario hanno da poco suonato per la Messa del mattino. Sono le sette di una bella giornata di maggio ed il sole, affacciandosi dai tetti su piazza Garibaldi, invita a godere del tepore. Attorno ad essa alcune case antiche dalle tonalità chiare con tante storie e ricordi.

Nonostante i raggi del sole facciano sentire il loro calore, la piazza appare ancora addormentata. Non si sentono rumori, solo i passi frettolosi di pochi passanti sul selciato e di qualche vecchietta che l’attraversa, per andare in chiesa.

Ad un certo punto, il silenzio viene rotto dal rumore della vecchia saracinesca del bar, che fa fuggire in fretta due colombe intente a tubare su un cornicione. Il tabaccaio ed il barbiere sono già sul posto. Ha aperto anche il Circolo Cacciatori ed una donna si mette a lavare il pavimento.

Verso le otto e mezzo, come al solito, Aurelio apre il suo piccolo laboratorio di legatoria. L’ordine regna dappertutto, su rudimentali mensole ci sono vari cartoni, carte colorate e carte rigide per fare le copertine dei libri. Su uno scaffale riviste e quotidiani da rilegare, su un altro ripiano una pila di libri scolastici, non più in uso.

Pur avendo, ormai, da qualche anno superato i settanta, Aurelio è ancora molto arzillo. Piccolo, con una massa di capelli bianchi, nonostante viva dignitosamente con una pensioncina, ogni giorno, puntualmente, si reca nel suo laboratorio dove trova sempre qualcosa da fare.

Non ha famiglia, abita da solo e quella stanzetta, impregnata dall’odore di colla e dal profumo caratteristico dei libri vecchi, è da anni il suo piccolo regno. Sul tavolo l’aspetta un vocabolario di greco molto malandato, con le pagine ingiallite e gli angoli arrotolati. Pur non essendo di nessun cliente, gli dispiace vederlo in tali condizioni e ben presto gli darà un aspetto più consono alla sua dignità.

Nel laboratorio non ci sono macchinari moderni, neanche una semplice taglierina elettrica. Tutto ricorda il passato. Varie volte è stato suggerito di prendere un macchinario che in pochi minuti potrebbe incollare il dorso di un libro. Ma Aurelio preferisce cucire a mano e con lo spago robusto le riviste e quei pochi libri che gli portano. Il suo sistema gli fa perdere più tempo, ma è migliore e la rilegatura dura di più. Qualcuno l’ha invitato, invano, a mettere nel locale una fotocopiatrice, così potrebbe fare più soldi, gli ha detto. Ma ad Aurelio non interessa farne tanti, a lui importa di più accogliere qualche conoscente, che ogni giorno va a sedersi nella sua piccola bottega.

In uno scaffale ci sono un vecchio giradischi ed alcuni dischi di musica classica. Questa è la sua passione, gli piacciono molto le romanze delle opere. Ogni giorno, mette un disco e, mentre nel locale si diffonde la musica, si sente felice. Qualche volta si affaccia alla porta per guardare il cielo, osservando con gioia i voli delle rondini, che s’intrecciano sui tetti, poi ritorna soddisfatto al tavolo di lavoro.

Varie persone frequentano la legatoria. Ogni mattina, verso le dieci, si presenta Vincenzo. Si siede in un angolino e comincia a parlargli del più e del meno. Ripete sempre le medesime cose e tante volte parla senza senso, mentre Aurelio l’ascolta in silenzio. Sta circa un’oretta, infine se ne va contento d’essere stato ascoltato da qualcuno. Spesso, si ferma anche un vecchio professore in pensione, brontolone e bisognoso di sfogarsi con qualcuno. Non fa che lamentarsi contro il ministro, la scuola moderna, i docenti, gli alunni.

Pure Azim, un venditore ambulante, è di casa. Entra nel laboratorio, ormai, con disinvoltura, come chi ritorna a casa. Depositata la mercanzia per terra, si riposa un po’ e beve volentieri un bicchiere d’acqua che Aurelio gli riempie da una brocca di creta. Ad Azim piace scherzare ed è sereno quando passa da lì. Parla del suo paese lontano, dei figli, di tanti progetti ed, ogni volta, Aurelio insiste per comprare, tra lo stupore dell’altro che non l’ha visto mai fumare, un accendino che dopo, ripone in una scatola insieme a quelli delle volte precedenti.

Alle dodici e mezzo, il rilegatore, contento d’aver potuto dare qualcosa di sé a chi è andato a trovarlo, chiude la bottega e va a mangiare al piano di sopra, dove abita. Si prepara qualcosa di sbrigativo e, poi, avvicinatosi alla gabbietta dei canarini, inizia a fischiettare intonando un’arietta celebre, mentre i due canarini gli fanno eco.

Di pomeriggio c’è sempre qualche ragazzo di scuola media, che va a trovarlo, per avere un piccolo aiuto nei compiti. Qualsiasi domanda gli facciano, Aurelio non delude mai i suoi piccoli amici. Conosce un po’ il latino, perché da ragazzo è stato in seminario, se la cava anche nelle altre materie ed è molto chiaro nelle spiegazioni. Quando non sa rispondere, aiuta i ragazzi a trovare l’argomento in uno di quei vecchi testi scolastici che stanno nello scaffale.

Tre ragazzi di scuola media frequentano con assiduità da qualche mese la legatoria. Dei tre, Rocco è il più silenzioso e ad Aurelio, ispira una tenerezza particolare, forse perché gli ricorda la sua infanzia di ragazzo triste, senza genitori. Capisce che è talvolta taciturno, perché il padre si ammala spesso e deve stare a letto per lunghi periodi.

Al contrario degli altri, piuttosto indifferenti alla musica, Rocco, invece, la segue con interesse. Gli piace tanto l’Aida e Aurelio tra un compito e l’altro trova sempre il tempo per illustrare la trama e parlare dei personaggi. Ogni volta, gli occhi di Rocco s’illuminano e vaga in un mondo immaginario, trasportato dalle note musicali.

Ma, da una settimana il ragazzo non si fa vedere. Non va neanche a scuola. Un pomeriggio, però, passa inaspettatamente dalla legatoria. Aurelio, celando la contentezza, prende da uno scaffale le pagine di una rivista con le immagini delle piramidi, che mostra al ragazzo.

Di tante persone, che trascorrono gran parte del proprio tempo in quella piazza, certo Aurelio è il più semplice. Tutti gli altri lo stimano e gli vogliono bene. Mai in lui una frase di troppo né una parola contro qualcuno. Di carattere mite, sorride e saluta sempre tutti. Oltre alla musica, l’unico suo svago è quello di passare, la sera, dalla villa comunale, per qualche minuto, e da lì osservare il mare, la costa e le stelle che cominciano a fissarsi nel cielo.

Un giorno, stranamente, alle nove la legatoria è ancora chiusa. Si fanno le nove e trenta e Aurelio non è arrivato. A mezzogiorno la porta della bottega è ancora chiusa. Non è mai successo!

Forse Aurelio è partito, dice qualcuno. Sì, è certamente andato in città per qualche commissione, suggerisce un altro. Nel pomeriggio o domani certamente ritornerà.

Giunge il pomeriggio, ma non si vede. Vengono i tre ragazzi e rimangono un bel po’ davanti alla legatoria chiusa. Contrariamente alle altre volte non sono chiassosi, si siedono sul marciapiede, aprono i quaderni e ad ogni rumore si girano per guardare verso la porta. Trascorre il pomeriggio e lentamente il sole conclude la sua parabola, piegandosi sul mare. Il cielo diventa di porpora, mentre le rondini si rincorrono ancora festosamente tra i tetti. La giornata è stata calda e c’è anche un po’ di passeggio serale in piazza. Qualcuno è seduto davanti al bar e gli anziani prendono il fresco sulle panchine accanto agli oleandri. Una dopo l’altra, poi, le botteghe chiudono ed anche nel Circolo Cacciatori si attenua il vociare dei giocatori di briscola.

Le ombre della sera scendono sulle case e il silenzio diviene padrone della piazza. Anche le luci nelle case si spengono. Rimane acceso soltanto uno spicchio di luna sul mare.

L’indomani, già dalle prime luci, la piazza, come al solito, comincia ad animarsi. Le finestre ed i balconi si spalancano alla nuova giornata, così anche le botteghe ed il bar. Rimane chiuso, ancora, il piccolo locale di Aurelio. È veramente strano, nessuno sa darsi una spiegazione. Il barbiere si affaccia spesso, durante la mattinata, per vedere se Aurelio sia venuto. Anche il padrone del bar si alza più volte per controllare, il tabaccaio appare preoccupato.

Verso mezzogiorno, decidono di andare a casa di Aurelio. Bussano alla porta. Nessuno risponde. Parlano con la vicina, anche lei è stupita. Poi, decidono di forzare la porta dell’appartamento. Non è molto difficile entrare, la casetta è piccola, solo due stanze.

Vi entrano chiamandolo per nome, Aurelio è disteso sul letto. Sembra dormire, l’espressione del volto è serena. Accanto, un tavolino con pagine di vecchi giornali ed illustrazioni di faraoni e di piramidi da poco ritagliate.

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