Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!
Nello studio della Dottoressa Vogliardi la temperatura è sempre, costantemente monitorata. Il termostato indica 22 gradi Celsius in qualsiasi momento della giornata, come se a congelare fosse lo scorrere del tempo. A dicembre lo sbalzo termico è elevato e la finestra, che prima inquadrava i pini innevati e le pigre luci artificiali del traffico urbano, si sta ora appannando. Alla Vogliardi è sempre piaciuto immaginare questo fenomeno fisico come un’analogia con la storia dell’arte, nel suo mutare da realismo a impressionismo.
«Mi sento pesante» dichiara il ragazzo nel suo studio. Si chiama Diego. È seduto perché odia stare disteso. Sostiene di provare la sensazione di essere sotto esame, da disteso. Tiene le gambe aperte, ben piazzate sul pavimento, e i gomiti premono sulle ginocchia. Le braccia sostengono la testa, lo sguardo è fisso a terra.
«Hai mangiato troppo a pranzo?»
L’ironia della dottoressa non è mai stata eccellente, ma di fronte a lei c’è un ragazzo di diciassette anni alto, atletico, con la testa piena di capelli, intelligente e depresso. Lo riceve nel suo studio da diverse settimane, ormai, e vorrebbe che si distraesse, che non pensasse solo al peso delle aspettative che lo opprimono.
Diego, però, non reagisce alla battuta e, anzi, rimane cupo, pensoso. La Vogliardi decide di cambiare approccio.
«In che senso ti senti pesante? Puoi spiegarti meglio?»
Il ragazzo, con fatica, sposta lo sguardo verso la sua interlocutrice e la fissa senza alzare la testa. Poi le sue pupille rimbalzano un paio di volte all’interno del campo visivo come palline da tennis: sta pensando a cosa potrebbe rispondere. Non dice nulla e torna nella propria gabbia invisibile.
La Vogliardi conosce bene il disagio che Diego sta vivendo. Non è la prima volta che davanti a lei si siede un ragazzo a cui, secondo la società, non manca niente. Il meccanismo la affascina e la spaventa: se provieni da una buona famiglia, hai amici, degli hobby e vai bene a scuola, non ti è permesso essere triste. Se lo sei, ti senti in colpa. Qualche collega direbbe passerà con l’età, qualche manuale consiglierebbe psicofarmaci.
Lei, però, ritiene che l’intelligenza non sia una colpa da espiare e non dovrebbe essere un fardello. È un’arma che si deve imparare a usare. Diego anatomizza la propria vita, ogni sua azione è studiata, ponderata. Pensa di dover fare tutto, ma ritiene che niente gli riesca bene. Il futuro lo terrorizza. Come si alleggerisce una mente così affollata?
«Non si può» risponde Diego. Poi continua: «Non riesco a spiegarmi meglio. È qualcosa che ho dentro, qualcosa che sento. È come quando sta per venirti l’influenza. Non hai ancora mal di testa, non hai il naso chiuso o mal di gola, non hai nemmeno la febbre. Però lo sai. Non
ti senti bene e non sai descrivere i sintomi. Però sai che qualcosa non va e che da un momento all’altro starai davvero male.»
«È curioso che tu descriva ciò che provi come se fosse un’influenza.»
«Perché?»
«Perché l’influenza passa. Si sta male qualche giorno e poi, alla fine, passa. E succede
un po’ a sorpresa, no? Una sera si va a letto con la sensazione di non farcela più e la mattina ci si sveglia riposati, la testa fa meno male, il naso ti permette di respirare e la gola non sembra più carta vetrata. Il giorno successivo, poi, sei completamente guarito.»
«Però poi torna. Il mese, l’anno o qualche tempo dopo forse, ma torna sempre.»
«Hai ragione. Prima o poi torna, e poi tornerà ancora. Però ci sei già passato e la sai affrontare. Sai che dopo essere stati male, si sta di nuovo bene. Non devi mai sottovalutare l’importanza dello stare male. Sapresti dare il giusto valore allo stare bene se non fossi mai stato male?»
È banale, forse, ma gli occhi di Diego sono lo specchio di ciò che prova. La dottoressa non può fare a meno di fissarli quando il ragazzo riflette. Le pupille sono canyon nel mezzo di un deserto color terra d’ombra bruciata. Un pianeta sconosciuto e irraggiungibile. La danza di pensieri nella mente del ragazzo provoca la dilatazione delle pupille che, come buchi neri, ampliano il proprio orizzonte conquistando spazio a discapito delle iridi.
La Vogliardi, a Diego, piace. Nonostante si senta in colpa perchè la parcella la paga sua madre. Riesce spesso a proporre un punto di vista per lui nuovo e l’ora, con lei, trascorre veloce. Ogni seduta inizia inerte e poi si accende quando si comincia a ragionare con lei. Si distrae. Quando l’ora finisce però, la quotidianità torna prepotente con la sua alienante prevedibilità.
La cena, a casa, non fa eccezione. La tavola è tutta programmata: a capotavola si siede il padre, Diego sta alla sua destra e sua madre di fronte a lui. Di fianco a lei, la sorella minore, Cristina. La mamma prepara la cena. Si fa aiutare da Cristina, riluttante, ad apparecchiare la tavola. Diego, invece, la aiuta in cucina. Stasera a lui spetta il compito di preparare il contorno: radicchio rosso tardivo. Un paio d’ore prima aveva ridotto la radice col coltello e tagliato le foglie a pezzi di circa quattro o cinque centimetri. Le ha messe dentro lo scolapasta all’interno del lavandino che poi è stato chiuso con il tappo e riempito d’acqua. Il radicchio è stato lasciato in ammollo un paio d’ore. Tolto il tappo, Diego ha fissato l’acqua morire a vortice nello scarico. Grazie all’utilizzo dello scolapasta è facile scuotere il radicchio per asciugarlo una prima volta. Poi il ragazzo lo stende sopra un asciugamano, lo soffoca dentro e di nuovo scuote per asciugarne meglio le foglie. Alla fine, il radicchio vede di nuovo la luce, quasi del tutto asciutto, croccante e pronto per essere servito.
La mamma porta in tavola il pollo, papà il salame. Cristina è seduta a tavola eccitata, sorride e stringe le mani al petto, vibrando entusiasta. Anche Diego si siede a tavola, cupo. Pensa ai prossimi soliti, ripetitivi passi: mamma dirà a Cristina di stare calma, mangiare piano e non sporcare in giro. Il padre verserà acqua alla moglie e a Diego ma non a Cristina, che vorrà farlo da sola, versandone una discreta dose sulla tovaglia. Poi, sempre papà, condirà il radicchio e, finalmente, mangeranno. I compiti di Diego sono finiti e ora l’unico suo dovere è quello di non portare a tavola tutto il suo mal d’essere. Per non rattristare tutti.
Come volevasi dimostrare mamma si siede, guarda Cristina e le dice: «Stai composta, amore, ché poi sporchi tutto». La piccola nemmeno la sente. Papà versa l’acqua alla mamma, le sorride. La versa a Diego, lo guarda. Il ragazzo alza lo sguardo, accenna un sorriso e un grazie. L’uomo passa avanti. Si alza e si sporge in avanti per arrivare al bicchiere della figlia che, dimostrando di poter raggiungere note acute impossibili per molti cantanti, urla: «No, io!». Sul volto del padre compare una smorfia, tentativo fallito di tapparsi le orecchie senza poter usare le mani. Poi, si siede e risponde: «va bene, va bene!»
La mamma passa l’acqua a Cristina che, emozionata, tenta di versarla a due mani nel proprio bicchiere, fallendo. Segue sbuffo della donna che in una manciata di secondi le ritira la bottiglia dalle mani, mette dei tovaglioli di carta ad assorbire l’acqua in eccesso sulla tavola e dice: «Per fortuna anche oggi siamo riusciti a fare danni».
Cristina scoppia a ridere e anche papà, ammiccandole, sorride.
Se ricevessi un euro per tutte le volte che devo assistere alle stesse scene… pensa Diego. Questa volta però, un po’ a sorpresa, la ripetitività non lo scoraggia ma lo rassicura.
Papà prende il radicchio e il condimento. Olio, sale e aceto. Poi, guarda il figlio. In dialetto, con tono complice, gli dice: «Diego, cónsa el radìcio».
Provando a dissimulare sorpresa e commozione, Diego risponde: «Sì, papà».
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