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Omero D’Aleppo

5 minuti di lettura

Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!

Ero stato ad Aleppo in molte occasioni. La sentivo mia. Mi sentivo suo. Per me, che venivo dall’alta Valpadana, non sembrava esserne motivo. Per me, sostenitore degli ultimi, da sempre non aveva senso iniziare una guerra in mezzo a piazze da Mille e Una Notte. E non aveva senso mantenere in vita una guerra, una qualsiasi guerra per dodici anni. E chissà per quanto ancora…

Guerra civile: un ossimoro persistente nella storia. E la storia è una persistente, prolifica miniera. Oserei dire che la guerra è come il maiale: non se ne butta via niente. Vi è solo un piccolo particolare: a dire ciò, è un furioso vegetariano assoluto, che aveva cominciato a voler vivere del mondo vegetale, richiedendolo a buona voce, a soli nove anni: tutti stupirono di questa novità. Da dove veniva questa strana idea? Un rapido esame tra gli amici appurò che non ne avevo mai parlato con nessuno. Il silenzioso fratello (Gottfried, il più grande, quasi un padre) si tacque, ma dentro di sé sapeva che quel piccolo fratello (che già a due anni aveva cominciato a sorprendere e colpire per capacità e attitudini in musica, lingue e matematica) se ne veniva con questa originalità, che doveva essere solo l’abbrivio di una storia, la prima pietra di un lungo lastricato.

Dodici anni di una guerra civile. Dai suoi inizi, vivevo a Venezia, la città improbabile, fatta più di acqua che di terra, di spazi vuoti (quelli tra una cellula di idrogeno e una di ossigeno) più che di acqua. Acqua che scompare e improvvisa riappare: ci accorgiamo di questa nostra Istanbul, più volte imitata, sempre capace di emergere e riemergere dalle acque.

Conosco Aleppo, meglio del Canal Grande, meglio di piazza San Marco: ed è tutto dire!

Ci trovavamo in un campo fino a ieri lussureggiante, da questa notte brullo e pericoloso. Non sapevamo come destreggiarci: tutt’intorno i cespugli erano mal rimpiazzati da bombe inesplose, mine argutamente insidiose e minacciose.
Il contadino davanti a noi sapeva -a stento- sei parole in inglese: improbabile imbastire una reale comunicazione. Accanto a lui, un vecchio cieco, malandato. Riuscimmo tuttavia a capire che era un sensitivo: sapeva come uscire dalla minacciosa, esplosiva ragnatela. Ci guardavamo attoniti, dinanzi a questo Omero, uscito dal nulla: decidere in pochi istanti se cavalcare questa moneta in cieco equilibrio sul suo sottiglioso dorso. Testa o croce? Non è la prima volta, in questa mia vita…

Uno sguardo tra compagni… il cieco che ascolta, capisce… un dolce suono gutturale… e “chi ci spera,… mi segua”. Il cieco accende improvvisa una scena. E così parte in folle, saggia, forsennata corsa. A noi il compito di calpestare in modo esatto, le secche impronte di quello che resterà – speriamo- Omero.

È un’appiedata, silenziosa, veloce carovana guidata da un eletto sul campo, responsabile della sua ed altrui vita. E via di corsa, dietro questo cieco indovino…
…Il campo finisce, le mine stanno ormai alle spalle. Il cieco resterà nei nostri cuori, per forza, per sempre.

È tempo di Aleppo, nuovamente.

Moschea di Umayyad: prima e dopo i bombardamenti… Si ha una pallida idea degli eventi, una pallida idea di ciò che accade in un minuto, una pallida idea di come ci si abitui a qualsiasi evento. E di cosa si sarebbe dovuto fare prima di schiacciare il pulsante, prima di oltrepassare la soglia che conduce alla stanza della lite secolare: un istante prima, un secolo dopo.
Sono anni speciali per l’Oriente, che promette di mantenere sempre fresca la memoria: una ferita a pelle viva, un terribile automatismo, un bilancio sempre attivo. Risse ragionate ed eterne fra popoli, ferite irrorate di petrolio, foraggiate dei metalli più pesanti. E NON è la febbre di un bimbo: anzi, è improvvisa nel manifestarsi, lentissima a lasciare la preda nonché prontissima a rilasciare carburante e accelerante, affinché NON abbia ad estinguersi. Anzi: deve imparare a propagarsi,

diffondersi, moltiplicarsi in nuovi, inattesi focolai. Oppure, collaudati incendi. Molte persone, per cultura e per pigrizia, sanno di una certa Gaza, la solita Gaza.

Paradossalmente, più ne bercia becero il corvo televisivo e le sue figliolanze cosparse e disperse nell’etere, più si cauterizzano ed anestetizzano le strisce di pelle e di sensibilità. E quanti conoscono la distanza tra Gaza e Siria? Per dirla in maniera intuitiva, più o meno come tra Roma e Milano, tanto per facilitare comprensione e ricordo…

Tutto questo, per rammentare a noi stessi che finita la seconda guerra mondiale, è stato come se il popolo planetario fosse stato vaccinato contro la guerra. In realtà, il Primo Mondo si è semplicemente -sempre più- desensibilizzato alla guerra, che nel frattempo è stata frammentata, polverizzata in tante piccole personalità, tante piccole realtà. Invero, tanto piccole NON sono, per coloro che le vivono in prima persona e nel numero complessivo di milioni di persone. Per loro, è Guerra e basta ! È guerra etero-comandata fra un caffè, una brioche o un muffin, passando da una stanza d’albergo a una poltrona parlamentare: una firma, un voto, una bomba intelligente, una partita di droga, un sano bilancio, basato su tubi idraulici (in realtà cannoni di carri armati).

Ero poco più che ragazzo. Un giovane giornalista timidamente chiese a quello che Craxi denominava Belzebù (il divo Giulio, Andreotti): “Che pensa del fatto che l’Italia produca (floridamente) armi, carri armati (Oto Melara), agili aerei da guerra, (Aer-Macchi) per venderli all’estero ?” E il divo Faccia-di-Bronzo con calma, ma senza esitazione: “Non possiamo impedire ai popoli di difendersi…” Il “divo” passava sotto silenzio, (il giornalista si guardava bene dall’affondare il bisturi) sulla reale destinazione di tali armamenti, “equamente” distribuiti fra i protagonisti della medesima guerra, o privilegiando dittatori contro “ribelli” (in realtà popolani patrioti, come in Cile, Mozambico e quant’altri…).

Intanto, giorno dopo giorno vedevo Aleppo, Bagdad (sontuose civiltà, magiche culture del Pianeta) sfigurate dalle forze economiche mondiali, dai loro progetti. Documentavo la minuziosa e grossolana distruzione di foreste e popoli. Del resto, da secoli ormai, si perpetuavano stragi, sotto l’occhio benedicente di poteri laici e religiosi: era andata bene, e così avrebbe continuato. Ai bimbi del dopoguerra si raccontava la storia scritta dai vincitori, storia confluita nella falsità di un mondo in pace. Si inoculava nel contempo una mentalità da gregge. E la certezza che… NON si può fermare il progresso! Qualcuno fra noi vedeva il confine oltre il quale -silente e nero- indugiava minaccioso il baratro. Ma subito una pecora belava più forte, per zittire sul nascere la dissidenza: a belare era un vero, efficace cavallo di troia.

Il gregge trotterella compatto, brucando qua e là, approfittando delle brevi soste. Ad un tratto, si deve attraversare il fiume, per andare all’altra sponda. Le prime pecore guardano e tacciono. Nessuna è decisa. L’esperto pastore ne blocca una. Le grosse mani afferrano la lana, all’altezza della nuca e quasi alla fine della colonna vertebrale. Il gesto è deciso. La pecora viene lanciata nell’acqua e la direzione della sua nuotata è inequivocabile. L’ordine è dato: una ad una, tutte le pecore si lanciano dietro quella che -suo malgrado- è diventata leader, influencer.

È dunque consolidato il DNA del cieco gregge, del Pensiero Unico.

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