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Olanda, eutanasia fuori controllo: 517 persone uccise senza consenso in un solo anno

C’è un filo rosso che attraversa il dibattito sull’eutanasia e che, volenti o nolenti, non possiamo più ignorare: la distanza tra la legge scritta e la pratica reale. I numeri provenienti dall’Olanda non sono statistiche fredde: sono campanelli d’allarme che suonano all’unisono. In un solo anno, 517 persone sono state uccise senza aver mai chiesto di morire

OLANDA. Nel 2021, nei Paesi Bassi, 9.799 persone sono morte a seguito di decisioni mediche di fine vita: 9.038 per eutanasia, 245 per suicidio assistito e 517 senza alcuna richiesta esplicita. Tra questi ultimi, sei erano neonati. Il 22% dei casi complessivi non è mai stato registrato ufficialmente.

Quando nel 2002 l’Olanda legalizzò l’eutanasia, la promessa era chiara: solo per casi estremi, solo con consenso esplicito, solo quando la sofferenza era insopportabile e senza rimedio. Oggi i numeri raccontano un’altra storia. Lo studio quinquennale commissionato dal Governo olandese — basato su questionari anonimi ai medici — ha fotografato nel 2021 un totale di 9.799 decessi medicalmente assistiti, di cui 517 (5,3%) senza alcuna richiesta del paziente.

Dentro a questa cifra si nascondono situazioni che un tempo sarebbero state inconcepibili: 206 eutanasie per persone con demenza iniziale, 6 con demenza avanzata e 115 pazienti con gravi disturbi psichiatrici. Tra i 517 casi senza consenso, sei infanticidi probabilmente eseguiti secondo il Protocollo di Groningen, che consente la soppressione di neonati con disabilità quando medici e genitori ritengono la loro vita “incompatibile con la dignità”.

Il rapporto ufficiale olandese per il 2021 registra 7.666 casi dichiarati di eutanasia. Lo studio indipendente, invece, rileva 9.799 casi: 2.133 in più rispetto ai dati ufficiali, pari a una sotto-dichiarazione del 22%. Non è un’anomalia isolata: già nel 2015, a fronte di 5.561 casi dichiarati, un’analisi indipendente ne individuava 7.254, con 1.693 “morti fantasma” — il 23% in più.

Questa costanza nel disallineamento tra dati ufficiali e reali rivela che non si tratta di sviste amministrative, ma di un problema strutturale: un sistema che, pur sotto l’etichetta della “trasparenza”, nasconde una parte significativa delle morti medicalmente indotte.

Il Canada, dal 2016, ha introdotto la Medical Assistance in Dying (MAiD). Nel Québec, nel biennio 2021-2022, la Commissione ufficiale ha registrato 3.663 decessi, ma un’analisi incrociata con i dati delle strutture sanitarie e del Collège des Médecins du Québec ne ha rilevati 3.952: 289 in più.

Negli Stati Uniti, l’Oregon — pionere del suicidio assistito — ha contato nel 2024 376 casi registrati, ma in 178 non si conosce se il farmaco sia stato ingerito né se il paziente sia effettivamente deceduto per quella causa. Vuoti informativi che aprono la strada ad abusi non rilevabili.

Dietro queste cifre si nasconde un mutamento profondo: l’idea che la vita sia un diritto solo se “di qualità” e che, quando non lo è, possa essere “corretta” con un atto definitivo. È un passaggio culturale sottile ma devastante: da bene indisponibile a bene condizionato. Un passaggio che deresponsabilizza la società e affida alla medicina un potere che non dovrebbe mai appartenere a nessuno: decretare, senza richiesta, la fine di una vita.

Illudersi che questa spirale non possa toccare altri Paesi, Italia compresa, è un errore pericoloso. La storia delle legislazioni “progressiste” è costellata di buone intenzioni trasformate in derive senza ritorno. La domanda, a questo punto, non è più “se” possa accadere, ma “quando” e “a chi”.

La legalizzazione dell’eutanasia non è una linea d’arrivo sicura e ben delimitata: è un pendio scivoloso. Una volta messo il piede sopra, fermarsi diventa quasi impossibile.

Chi pensa che “da noi non accadrà mai” dimentica che la storia delle leggi “progressiste” è una storia di confini spostati. Si parte dai casi estremi e, nel tempo, si allarga la maglia. L’Olanda è un laboratorio sociale che ci mostra il futuro possibile: morti senza consenso, infanti inclusi, dati insabbiati e controlli inefficaci.

L’eutanasia legalizzata non è una fine linea, ma l’inizio di un pendio scivoloso. Quando si imbocca, tornare indietro è quasi impossibile.

Che la vita di un neonato possa essere giudicata “incompatibile con la dignità” è una frase che, se non fosse scritta in un protocollo medico, sembrerebbe un paradosso morale. Il Protocollo di Groningen, applicato in Olanda, prevede che, se medici e genitori concordano che la sofferenza del piccolo sia “insopportabile e senza prospettive di miglioramento”, si possa procedere con l’iniezione letale.

Qui si sfiora una soglia antropologica: il neonato non può esprimere consenso, non può manifestare volontà, non può nemmeno comprendere la propria condizione. È il soggetto umano nella sua forma più pura, privo di qualsiasi capacità funzionale, eppure pienamente portatore del diritto a esistere. Sostituirsi a questa voce assente significa collocarsi in una posizione di potere assoluto: non più curare, ma selezionare.

Il filosofo Emmanuel Levinas parlava del “volto dell’Altro” come della chiamata etica primaria, irriducibile, che ci obbliga a rispondere con cura, non con l’eliminazione. Sopprimere un neonato disabile significa non riconoscere il volto come volto, ma ridurlo a “caso clinico” da risolvere. È il passaggio dalla relazione alla gestione, dall’etica alla tecnica.

Ogni volta che si introduce la possibilità di “decidere per un altro” sulla base della qualità percepita della sua vita, si apre una breccia che non si chiude più. La cultura della morte, per sua natura, non resta confinata al “caso eccezionale”: il suo campo d’azione cresce, silenziosamente ma inesorabilmente.

In fondo, la questione è questa: la vita è un bene indisponibile o è un bene condizionato?
Se è indisponibile, nessuna sofferenza, per quanto atroce, autorizza un altro essere umano a decretarne la fine. Se è condizionata, allora tutto diventa negoziabile: età, salute, capacità, coscienza, desiderio espresso o presunto.

San Giovanni Paolo II, nell’Evangelium Vitae, scriveva: “Il criterio di dignità non può essere misurato sulla base della funzionalità o della produttività, ma sul semplice fatto di essere persona umana.” Se perdiamo questa certezza, non ci sarà dato sapere dove ci fermeremo.

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