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Ok, parliamo di P.Diddy

E partiamo dalle cose da NON sapere

Di Francesco Oggiano

Il 16 settembre Sean Combs, personaggio cardine della storia dell’hip-hop col nome d’arte P. Diddy, 800 mln $ di patrimonio è stato arrestato dalla polizia di New York con le accuse – tra le altre – di traffico di prostituzione, violenze e stupri.

NEW YORK. Da allora è detenuto in un carcere di Brooklyn. Si dichiara innocente e rischia l’ergastolo. È l’oggetto di tre ondate di accuse.

    Le accuse sempre le stesse: maltrattamenti, violenze e stupri. La finestra temporale a cui si riferiscono: dal 1991 al 2024.

    Per l’atto d’accusa di 14 pagine qui.

    Fin qui le cose da sapere sul caso Diddy

    Ora passiamo a quelle da NON sapere

    Il caso Diddy è di quelli perfetti per la misinformazione visti i suoi ingredienti: star system, festini, violenza, ville, rapper, faide, politica. Già nelle prime ore dalla notizia dell’arresto, alla cronaca giudiziaria (e spesso ai suoi principi deontologici) si è affiancato un soufflè fatto di mezze verità, strumentalizzazioni, proiezioni e fake news.

    Prendiamone alcune, una per ciascuna categoria di misinformazione.

    La canzone-denuncia di Bieber

    Nei giorni successivi all’arresto diventa virale una canzone attribuita a Justin Bieber, popstar contrattualizzata da Diddy ad appena 15 anni. Il testo fa riferimento alle accuse di abusi sessuali che sarebbero avvenuti nelle ville di Combs: «Mi sono perso a una festa di Diddy… Volevo una Ferrari, ma ho perso l’anima».

    La canzone viene riutilizzata in oltre 4.500 video su TikTok. Diversi esperti confermand alla CBS News che si tratta di un audio dalla qualità pazzesca creato con l’AI.

    Bieber, che sui social viene visto come un ostaggio di Diddy, ha continuato a frequentare il rapper e produttore fino ai giorni nostri, senza mai esprimersi sul caso.


    Complottismo: le morti associate a Diddy

    Pochi giorni dopo nascono le teorie complottiste che accostano Diddy attorno alle morti di alcuni personaggi della musica, colpevoli di «sapere troppo» sulle feste del rapper.

      Le teorie nascono da una canzone «She Knows» del J.Cole: «L’unica cosa negativa delle stelle è che bruciano. Riposa in pace Aaliyah. Riposa in pace Left Eye. Michael Jackson, ci vediamo non appena muoio».


      L’olio per bambini

      C’è poi il colore. Come scrive Vox «uno dei dettagli più strani nell’atto di accusa di Combs è che le autorità affermano di aver sequestrato durante le perquisizioni a casa di Diddy “più di 1.000 bottiglie di olio per bambini e lubrificante”».

      I procuratori affermano che l’olio era destinato alle esibizioni sessuali che si tenevano e anche Ventura (la prima accusatrice di Diddy, ndr) ha affermato nella sua causa che le era stato detto di versarsi addosso quantità “enormi” di olio.

      Possedere olio per bambini non è un reato, e l’intera questione dell’olio non ha molta importanza», continua Vox.

      «Ma un’incriminazione federale di una figura pubblica come Combs è fatta per essere letta, e non è insolito che i procuratori includano dettagli che sanno sconvolgeranno le persone e faranno notizia. L’olio per bambini ha funzionato».

      Strumentalizzazione politica: l’amicizia con Harris

      Il caso viene poi cavalcato dai repubblicani, ansiosi di collegare i leader democratici alle condotte di cui è accusato Diddy.

      Il punto è che i democratici sono storicamente più vicini dei repubblicani al mondo dell’entertainment, che sia la Hollywood di George Clooney, il pop di Taylor Swift o il rap di Jay Z. Per i repubblicani sostenere che il mondo dell’entertainment è corrotto equivale a sostenere che i democratici sono corrotti.

      Da novembre i siti e gli account sostenitori di Donald Trump condividono teorie complottiste attorno ai legami tra Diddy, Epstein e i leader dem, e una serie di fotomontaggi che raffigurerebbero Kamala Harris alle feste di Diddy.

      Come ha scritto Le Monde, a marzo – dopo le prime perquisizioni a casa di Diddy – la Tv repubblicana Fox News titola descrivendo la star «una sostenitrice prolifica dei democratici». C’è un intero articolo di Fox in cui si elencano le amicizie politiche di Diddy, senza nominare neanche una volta uno dei suoi più grandi amici: Donald Trump.

      In estate si diffondono fotomontaggi che associano Harris al rapper. Un’immagine viene ripresa dall’account dello stesso Trump, con la didascalia: «Signora vicepresidente, è mai stata coinvolta in una delle feste di Puff Daddy?».

      Mitica la risposta dell’ex cestista Rex Chapman, che ha condiviso una decina di foto che ritraggono Diddy con… Trump. «Queste invece sono vere…».

      I temi sottostanti al caso sono tra i più delicati che possiamo mai trattare e leggere: reati gravissimi, tutela delle accusatrici, visione del ruolo femminile.

      La cosa peggiore che può succedere è che attorno alla ricerca dei fatti si formi un impasto di notizie vere e notizie false, di ricostruzioni rigorose e di illazioni, di resoconti giudiziari e performance strumentali.

      Un miscuglio malmoso che rendere sempre più difficile distinguere il vero dal falso, e che rischia di allontanare – più che avvicinare – i lettori da temi importantissimi e sacrosanti.

       luoghi utili per lavorare a Milano.

      Foto Credits: By Freelance photographer Richard Burdett (Website) – Own work by uploader, taken at eTalk Festival Party., CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=4744856

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