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Occhiali a specchio e stoccate: Macron a Davos alza i toni, mentre sui dazi l’Europa si divide

2 minuti di lettura

Gli occhiali a specchio, spiegano dall’Eliseo, sono dovuti a un problema all’occhio destro. Ma a Davos diventano subito un simbolo: Emmanuel Macron parla di instabilità globale schermando lo sguardo, mentre affila un discorso che mescola ironia, denuncia e calcolo politico. «È un piacere essere qui, in un’epoca di pace e prevedibilità», dice. La battuta funziona. Il messaggio meno

DAVOS (USA). Il presidente francese prende il palco prima dell’arrivo di Donald Trump e sceglie lo scontro indiretto. Denuncia un mondo sempre più privo di regole, mette in guardia dall’uso della forza economica come strumento di pressione politica e accusa, senza mai nominarle, le potenze che puntano a “subordinare” l’Europa. Il riferimento agli Stati Uniti è trasparente, soprattutto sul fronte dei dazi e delle tensioni territoriali, dalla Groenlandia al Medio Oriente.

Ma mentre Macron alza la voce, fuori dalla sala conferenze la minaccia americana assume contorni molto concreti. Trump torna a ventilare dazi fino al 200% sullo champagne francese, una misura che colpirebbe uno dei simboli dell’export d’Oltralpe. Gli Stati Uniti assorbono circa il 13% della produzione complessiva di champagne e rappresentano il secondo mercato mondiale per il settore: una chiusura di fatto di quel canale avrebbe effetti potenzialmente devastanti per le maison francesi, già sotto pressione per il calo dei consumi e le difficoltà internazionali.

Non è una novità assoluta. Già durante la prima amministrazione Trump, vino e alcolici europei finirono nel mirino delle ritorsioni commerciali. Ma questa volta il contesto è più fragile e il tono più personale. Il gelo tra Macron e Trump è evidente, aggravato dalle divergenze su Gaza e dalla scelta del presidente francese di sfilarsi da iniziative diplomatiche promosse dal tycoon. Da qui la sensazione, diffusa a Davos, che il dossier champagne sia anche uno strumento di pressione politica.

In questo scenario, l’effetto collaterale è evidente: mentre la Francia rischia di perdere terreno, l’Italia potrebbe guadagnarne. Nei primi mesi del 2025 gli spumanti italiani hanno superato per la prima volta quelli francesi nelle preferenze dei consumatori americani. Il Prosecco, trainato da prezzi più accessibili e da un pubblico giovane e femminile, continua a rafforzare la propria posizione negli Stati Uniti. Un’eventuale stangata sullo champagne aprirebbe spazi ulteriori per il made in Italy.

La differenza non è solo di prodotto, ma di strategia politica. Roma mantiene un profilo più dialogante con Washington. Giorgia Meloni ha accolto con favore la decisione di Trump di sospendere alcuni dazi annunciati, ribadendo la necessità di preservare il dialogo tra alleati. Un approccio che, almeno per ora, sembra mettere l’Italia al riparo dalle ritorsioni più dure e che viene letto da molti osservatori come un vantaggio competitivo indiretto.

Macron, al contrario, sceglie la linea della fermezza pubblica. Una postura coerente con la sua visione di un’Europa più autonoma, ma che espone la Francia a contraccolpi immediati. A Davos il suo discorso viene applaudito per lo stile, meno per l’efficacia. Perché se l’Europa evocata dal presidente francese appare compatta nei principi, resta divisa nelle pratiche: tra chi alza la voce e chi preferisce abbassare i toni per proteggere interessi economici concreti.

Alla fine, mentre il Forum lavora sottotraccia a una possibile de-escalation e attende l’arrivo di Trump, resta una fotografia nitida: Macron domina la scena, ma paga il prezzo di rapporti personali deteriorati; l’Italia resta defilata, ma raccoglie i frutti di una diplomazia più prudente. In mezzo, tra geopolitica e commercio, anche una bottiglia di champagne può diventare un’arma. O un’opportunità, a seconda di chi la beve.

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