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Nuovo attacco russo su Kyiv

Nuovo attacco russo su Kyiv in Ucraina: due morti e diversi feriti a poche ore dal vertice Lavrov-Rubio

UCRAINA. Nel cuore della notte, Kyiv è tornata a tremare. Ancora una volta, sirene, detonazioni e corpi riversi nei rifugi sotterranei hanno ricordato al mondo che, mentre la diplomazia si aggroviglia tra sorrisi di circostanza e minacce sussurrate, la guerra in Ucraina continua a fare ciò che sa fare meglio: uccidere.

Due morti. È il bilancio freddo e minimale dell’ennesimo assalto missilistico russo sulla capitale ucraina, il secondo in appena ventiquattr’ore, subito dopo quello che è stato descritto come il più grande attacco dall’inizio del conflitto nel 2022. È una sequenza che sa di escalation, non di stallo. Un copione di fuoco che sembra voler dettare le condizioni prima ancora che i tavoli negoziali vengano apparecchiati.

Intanto, a migliaia di chilometri da quelle metropolitane trasformate in dormitori d’emergenza, due figure si stringono la mano. Marco Rubio, segretario di Stato statunitense, e Sergei Lavrov, veterano della diplomazia del Cremlino, si incontrano a Kuala Lumpur. Un incontro dal retrogusto amaro: si parla di pace mentre l’odore acre delle esplosioni ancora si leva sopra Solomyansky e Darnytsky. È la seconda volta che i due si vedono di persona, ma l’impressione è che siano decine i chilometri psicologici e politici che li separano.

Tutto questo mentre Donald Trump sembra aver improvvisamente scoperto che Vladimir Putin non è l’interlocutore docile che immaginava. Dopo aver rallentato l’invio di armi a Kyiv, il Presidente americano ha ora virato verso toni più duri, parlando di “dichiarazioni vuote” da parte del leader del Cremlino e minacciando sanzioni da capogiro: 500% di tariffe su chi commercia con Mosca. Ma il punto, forse, non è più economico. È morale, strategico, umano.

Putin, dal canto suo, risponde con la consueta glacialità, definendo “calme” le reazioni del Cremlino alle critiche di Washington. È il linguaggio della guerra fredda, adattato a un mondo caldo di conflitti e popolazioni esauste. Nel frattempo, Zelenskyy si muove come può, tra conferenze a Roma e colloqui con emissari americani, cercando di mantenere vivo il sostegno occidentale mentre i razzi piovono.

C’è molta distanza tra le parole e i fatti. Da un lato si parla di “prospettive di pace”. Dall’altro, cani che tremano nei rifugi e bambini che dormono su brandine di fortuna mentre la capitale ucraina brucia.

L’attacco a Kyiv non è un errore di percorso. È una dichiarazione. La Russia non ha intenzione di fermarsi. E l’Occidente, nonostante le dichiarazioni indignate e i proclami sanzionatori, appare ancora prigioniero delle proprie esitazioni.

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