Richard Linklater ci regala una splendida regia che rende un doveroso omaggio al cinema e ad un grande regista di culto, Jean Luc Godard
Una splendida generazione che cambiò le sorti del cinema, o quantomeno ebbe il merito di rivoluzionare macchine da presa, storie, susseguenti frame e montaggi. Con una regia che, usando il suo talento, si rivela intenta a ricostruire e filtrare le storie attraverso la macchina del tempo. Perchè Nouvelle Vague alla fine si immola su questo, cogliendo il pretesto del racconto del famoso film “Fino all’ultimo respiro”, per riagguantarlo docilmente, trattandolo con i guanti. E il merito della narrativa di Linklater non sta solo nell’evitare di confezionare un film nostalgico, rischio che indubbiamente si presentava come possibile, ma nel riprodurre un passato credibile, lontano dalle nostalgie. L’omaggio si accennava è tutto per loro, per la Nouvelle Vague, ossia quel fantastico mucchio di autori francesi che, al tramonto degli anni 50, ebbero l’ardore e il merito di rivoluzionare le proiezioni d’antan, gettando le fondamenta del cinema attuale, figlio anche di quella piccola grande novità creativa e intellettuale. E lo spunto del racconto della regia di Godard e del suo capolavoro, rende immediatamente giustizia alla storia. Con una Parigi che fa da sfondo, senza sopravanzare mai la regia e gli attori, testimone silente di una storia che ebbe il merito di rivolgersi al cambiamento. Grazie alla Nouvelle Vague, interpretata magistralmente in questo film da Guillame Marbeck, Zoey Deutch, Abry Dullin e Matthieu Penchinat, che fanno trascorrere i 106 minuti del film riannodando la storia del cinema. Abili nel ripartire dall’ “Ultimo respiro” di Jean Paul Belmondo e Jean-Luc Godard, ricreando l’atmosfera dell’epoca. Senza sconti e con il respiro ampio della libertà.
Intravisti per voi di Mauro Lama
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