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Non voglio essere questo italiano

3 minuti di lettura

Riceviamo e pubblichiamo un commento dello scrittore Roberto Masiero, che si esprime in merito alla notizia del vicesindaco leghista di Trieste, il quale annuncia di aver gettato “con soddisfazione” nel cassonetto le coperte e gli stracci di un clochard.
 
 
Il Sindaco leghista di Trieste, Paolo Polidori, si vanta sui social che il suo gesto è quello di un normale cittadino che ha a cuore il decoro della sua città. L’assessore alla Sicurezza di Monfalcone, Massimo Asquini, pubblica su Facebook una divertente filastrocca. Questo il testo:
 

Il migrante vien di notte con le scarpe tutte rotte;

vien dall’Africa il barcone per rubarvi la pensione;

nell’hotel la vita è bella nel frattempo ti accoltella;

poi verrà forse arrestato e l’indomani rilasciato.

 
 
Di fronte a tanto cinismo, che viene sbandierato in nome degli italiani, mi chiedo chi siamo diventati. Il Bel Paese, la patria del Santo Francesco e sede universale del cattolicesimo sembra immerso in una dimensione schizofrenica. A poco a poco la gente sembra assuefarsi ad un veleno a lento rilascio, per inventarsi una ragione plausibile dove scaricare le proprie ansie e la rabbia.
 
L’Italia, nelle regioni venete in particolare, ha distrutto la bellezza del proprio suolo divorandolo nelle colate di cemento; in tutta la nazione la corruzione che chiameremo col nome generico di mafie imperversa a tal punto che rischia non solo di impoverire, ma addirittura di bloccare il Paese: persino le norme anticorruzione, poste ad argine del malaffare, hanno come effetto involontario l’immobilismo farraginoso delle iniziative imprenditoriali e dei lavori pubblici. Le giovani coppie non si arrischiano a fare dei figli, stante la precarietà del lavoro, quando c’è, e non si intravede un percorso sociale intelligente e concreto, programmato non sull’urgenza,  per restituire alle famiglie il ruolo di semina per il futuro. Tutto ciò mentre la stessa Bce afferma che il progressivo invecchiamento della popolazione non provocherà solo un aumento per spesa pubblica per pensioni, salute e assistenza ma potrebbe avere effetti avversi anche sulla crescita potenziale, con un calo del Pil in prospettiva fino al 4,7%.
 
Potrei accennare ad altri disastri endemici della nazione, ma il concetto è già chiaro: tutti questi freni al miglioramento delle condizioni degli italiani passano in secondo piano nelle priorità. Il vero cancro, nella falsa diagnosi di medici della Peste nazionali sono gli immigrati. Contro di essi, poveri cristi, in nome di un idolo indiscusso quanto sproporzionato, la Sicurezza, si polarizza tutto il risentimento popolare. Il giochetto degli indifesi, additati come nemici per mascherare altre pecche più sostanziali, funziona in ogni epoca a sfogare il popolo e fare cassetta di consensi.
 
Almeno smettiamola di definire gli italiani brava gente! O non usiamo questo luogo comune come se tale qualità appartenesse genericamente a tutto un popolo. È un’illusione, persino pericolosa. Oppure, se proprio desideriamo sentirci affratellati nel merito, possiamo fregiarci delle nostre più efficienti organizzazioni di volontariato, come Medici Senza frontiere, o del nostro genio italico, del buon cibo e dell’arte antica. A patto, però, di avere ben presente, come dote nazionale, che siamo contemporaneamente i custodi silenti di miriade di evasori fiscali che succhiano risorse a chi ne ha davvero bisogno; che tutt’oggi siamo riconosciuti tra i più apprezzati ed importanti esportatori di armi e di mine antiuomo, tra cui quelle quelle terribili, cosiddette a frammentazione. Echi di siffatte distruzioni ci ritornano attraverso i barconi dei fuggitivi, senza che individuiamo le responsabilità a monte.
 
Il made in Italy per esportazione non è solo la moda. Dunque guardiamo in faccia alla realtà. Per motivi, ahimè, anagrafici ho ben presente un’altra Italia, più chiassosa e disordinata, ma che riusciva ad infiammarsi per le disuguaglianze, i diritti calpestati. Un’Italia giovane mentalmente, capace di collegare fatti dolorosi che avvenivano dall’altro capo del mondo, come in Cile o nel Vietnam, per far brillare anche da noi la stella di una solidarietà universale. E le lotte operaie, i sacrifici per gli scioperi, non sono avvenuti solo per il proprio salario. Oggi siamo obiettivamente più ricchi e potenzialmente meglio organizzati di quei tempi nemmeno troppo lontani, ma sembra che ci siamo rinchiusi a riccio nel nostro mondo piccino, provinciale ed egoista, rassegnati ad una lenta decadenza che non è solo economica.
 
Ricordiamo le parole attribuite ad Abert Einstein: “Ad ogni sistema autocratico fondato sulla violenza, fa seguito la decadenza”. Per le navi sballottate giorni e giorni sulle onde, col loro carico di sofferenze, come è il caso della Sea Watch e della Sea Eye, un tempo ci sarebbe stata una sollevazione popolare, mentre oggi appare normale ed è, anzi, motivo di grande intelligenza politica ostentare il rifiuto all’accoglimento di pochi disgraziati, nel nome pretestuoso del popolo italiano. Così può essere approvato, nel silenzio popolare connivente, un cosiddetto decreto sicurezza che contiene elementi di vero razzismo becero. Fa specie che la prima voce  a levarsi contro a quest’ultimo provvedimento, e non certo per ottenere consenso popolare – date le premesse – provenga da un politico: Orlando non è certo un agitatore scalmanato da centri sociali. Ma dove sta la gente di buona volontà? Dove si è nascosta l’indignazione per la distruzione di un modello di integrazione utile all’Italia, come quello del borgo di Riace? Chiedo almeno una cortesia. Mi sento rappresentato dalla Costituzione, ma non voglio essere coinvolto, vi prego, da chi rinnega l’umanità, in nome di un egoismo furbacchione, contrabbandato per tutela degli italiani, senza prospettive. La considero un’idea aberrante, controproducente. Io non voglio essere questo italiano e sento intimamente che tanti altri, come me, non sono questi italiani.

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