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“Non sono Robin Hood né un kamikaze, sono un servitore dello Stato”                                                                                                                                                                                                     

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“Cose di cosa nostra” è il libro di Giovanni Falcone scritto in collaborazione con Marcelle Padovani e pubblicato pochi mesi prima del suo assassinio da parte della mafia. Dopo la sua morte sono state stampate ben altre 8 edizioni, tutte nel 1992, da Rizzoli.

Per me è sempre stato un libro di casa nostra, uno di quelli che vedi sempre lì, in prima fila tra i tanti, e che oggi è in prima fila nella mia libreria vagabonda, che passa di casa in casa. In questo libro a raccontare è Giovanni Falcone, un uomo consapevole della sua sorte e nello tempo l’esorcista della stessa.

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Il libro costava 26.000 Lire ma ora il suo valore, per me, va ben più in là del prezzo di copertina: ha il prezzo dei ricordi e il sapore del rimpianto di non aver capito fino in fondo, allora, il valore di quel impegno, di quel sacrificio, di quell’uomo.

Giovanni Falcone, in questo libro, mette a nudo il sistema della criminalità organizzata mafiosa, spiegandone i meccanismi e le articolazioni di potere, il perverso sistema di valori, le modalità di reclutamento dei nuovi affiliati, le attività illecite, i canali di approvvigionamento e di riciclaggio del denaro, le strategie d’intimidazione e i rapporti con la politica.

Attraverso le interviste della giornalista Marcelle Padovani, Falcone lascia in eredità alla lotta contro il crimine organizzato la documentazione più concreta dell’impegno di un magistrato fuori dal comune.

Marcelle Padovani (1947) è una giornalista francese, di origine corsa, attiva dagli anni 1970 in Italia.

Attraverso questo libro “Cose di cosa nostra” troviamo la testimonianza irripetibile, rilasciata in quel tempo sospeso che precede di poco la strage di Capaci, di un servitore dello Stato che lo Stato ha lasciato solo.

“Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere”. Giovanni Falcone

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