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Nigeria: assalto alla chiesa St. Mary, 300 i rapiti

Oltre trecento innocenti – studenti e docenti della scuola cattolica di St. Mary, nello Stato del Niger – sono stati strappati alle loro aule da un commando armato. Non è solo un rapimento; è un monito brutale, l’ennesima prova che in vaste aree del Paese più popoloso dell’Africa, l’educazione è diventata un lusso pericoloso e l’insicurezza regna sovrana

NIGERIA. Questo attacco, perpetrato con la sfrontatezza di chi si sente impunito, si innesta in una spirale di violenza che da anni affligge la Nigeria. Una settimana fa, 25 studentesse nello Stato di Kebbi. Pochi giorni prima, l’assalto (fortunatamente risolto con la liberazione degli ostaggi) alla chiesa di Eruku. Il tessuto sociale, religioso ed educativo del Paese è sotto un attacco metodico, che le autorità locali tendono a minimizzare, etichettandolo genericamente come opera di “banditi” a scopo di estorsione, pur essendo plausibile l’ombra lunga e sinistra di gruppi jihadisti come Boko Haram.

La fragilità di Abuja

La reazione del governo statale del Niger, per bocca del suo segretario Abubakar Usman, è a dir poco sconcertante. Invece di riconoscere la responsabilità per l’incapacità di proteggere i cittadini, si sposta l’attenzione, quasi a colpevolizzare, la diocesi per aver riaperto la scuola “senza informare le autorità, esponendo gli alunni… a un rischio evitabile”. In altre parole: se siete stati rapiti, in parte è colpa vostra che non siete rimasti chiusi in casa. Un’affermazione che suona come una resa, se non un cinico tentativo di scaricare la colpa.

In questo scenario di impotenza o, peggio, di negazionismo, si inserisce la crescente pressione da parte degli Stati Uniti. Le minacce del Presidente Trump di “interrompere gli aiuti” e le valutazioni del Dipartimento di Stato, con Jonathan Pratt che parla apertamente di sanzioni e di “azioni di contrasto al terrorismo” con l’aiuto del Pentagono, rivelano una disillusione profonda verso la capacità di Abuja di affrontare la crisi.

Il Governo nigeriano insiste che gli attacchi non sono una “persecuzione dei cristiani”, ma colpiscono tutti. La verità, come spesso accade, è più complessa: l’insurrezione jihadista nel nord e l’azione di bande armate mirano a destabilizzare e creare terrore. Tuttavia, il fatto che scuole e chiese cattoliche e cristiane siano bersagli ricorrenti (nonostante il recente e benvenuto salvataggio dei fedeli di Eruku) non può essere ignorato. Washington, evidentemente, ha deciso che è ora di non fidarsi più solo delle promesse e di agire con la leva economica e militare.

Il coraggio nella disperazione

In questo quadro desolante, la notizia che cinquanta studenti sono riusciti a fuggire dai loro carcerieri è un raggio di luce, un atto di coraggio nella disperazione che merita ogni plauso. L’Associazione Cristiana della Nigeria la definisce una “buona notizia”, ma sottolinea in modo tacito la tragedia ancora in corso per gli oltre 250 ostaggi rimanenti.

La Nigeria è una nazione ricca di petrolio, il gigante demografico dell’Africa, eppure non riesce a garantire la sicurezza più elementare ai suoi giovani. La condanna della Diocesi di Kontagora è ferma e il loro dolore palpabile, ma non basta.

Il rapimento di St. Mary non è un incidente isolato. È il sintomo di uno Stato vacillante, intrappolato tra l’insurrezione jihadista che ha causato $40$ mila morti e l’opportunismo criminale. La palla passa ora ad Abuja: può continuare a minimizzare e a far finta di niente, o accetterà finalmente che la sua sovranità è minacciata e l’inazione ha un prezzo in vite umane e in credibilità internazionale. La minaccia delle sanzioni USA non è solo una punizione, è l’ultima chiamata a un’azione seria e decisa. L’orologio ticchetta per i bambini rapiti, e per il futuro stesso della Nigeria.

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