È ciò che ci insegna la psicologia. In una visione allargata, le nevrosi non sono malattie, ma condizioni esistenziali. Esse fanno parte delle comuni caratteristiche dell’individuo, apprese dalla storia personale e dagli eventi, dal modo in cui il soggetto si pone nei confronti delle circostanze e degli altri. Se dunque la nevrosi è “normalità”, dobbiamo considerare il conflitto come una situazione ordinaria e costante.
Se estendiamo la riflessione alla dimensione sociale, dovremmo comprendere che il conflitto — e dunque la guerra — appare come una necessità, dato che gli esseri viventi sono in perenne contrasto. L’assurdo è il pacifismo, non la belligeranza. Tutti i grandi sistemi ideologici e filosofici, dall’idealismo al marxismo, si sono pronunciati a favore di una convivenza pacifica basata sui vantaggi della pace rispetto alla guerra. La società perfetta, dicono, è una società senza conflitti. Ma la storia ci ha dato soluzioni diverse: la storia dell’umanità è una storia di lotte per prevaricare, più che per sopravvivere.
Il recente attentato al Presidente degli Stati Uniti è stato considerato da taluni come l’effetto di una violenza verbale capace di generare violenza reale. Quella a cui assistiamo nei dibattiti quotidiani è diventata ormai una modalità iperbolica: più si grida, più si offende, più si ha successo. Un tempo si diceva che “le parole sono pietre”; oggi sembra che non lo siano più, svuotate di peso e lanciate come rumore di fondo. Il conflitto si vive in un antagonismo violento, fittizio, propriamente “nevrotico”.
Il pericolo sorge quando qualcuno traduce questo antagonismo di gesti e parole in azione. È allora che si arriva alla violenza distruttiva, quella che vuole uccidere realmente l’avversario, non più solo metaforicamente. Lo stesso Donald Trump, in una sorta di de-escalation verbale post-attentato, ha dichiarato che chi ha tentato di ucciderlo fosse un “malato mentale”, giustificabile solo attraverso la follia: un gesto incomprensibile alla ragione.
Secondo il Presidente, si tratterebbe dunque di uno “psicotico”, un vero malato. Ma se dobbiamo rassegnarci a sopportare il conflitto nevrotico come parte della nostra normalità, cosa fare quando questo si materializza in violenza psicotica? Chi se ne deve occupare? Si dirà che è materia psichiatrica, che servono cure. Ma quali? Le risposte sono tante, ma di soluzioni non se ne vedono.
Continuiamo dunque a lottare per le idee, anche se il rischio della violenza vera resta altissimo. Viaggiamo sulla corda di un funambolo, in un equilibrio costantemente precario. Affermare la pace in un mondo di conflitti è un atto valido, anche se destinato a restare, dai più, inascoltato.
Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui
