Un gruppo Facebook con migliaia di iscritti riduce le mogli a oggetti di scambio, spesso a loro insaputa. Un fenomeno che svela la persistenza del patriarcato nell’era digitale
ITALIA. Il caso del gruppo Facebook Mia Moglie – oltre 32 mila iscritti che si scambiavano foto intime delle proprie mogli e partner, spesso senza consenso – è solo la punta dell’iceberg di una realtà che parla più di noi come società che della rete in sé. Non è tanto l’ennesima stortura di un social poco controllato, quanto la rappresentazione plastica di un modo di guardare alle donne che resta profondamente radicato: corpi da esporre, catalogare, consumare. Mogli che diventano inconsapevolmente oggetti di scambio, in un mercato virtuale che somiglia a una fiera medievale, solo moltiplicata all’infinito dagli algoritmi.
È qui che emerge la contraddizione più bruciante: donne che in famiglia, nella vita quotidiana, ricoprono ruoli di cura, di lavoro, di relazione, che costruiscono comunità, e che al tempo stesso – a loro insaputa – vengono ridotte a trofei da mostrare a estranei, come fossero prede catturate. Un gesto che sembra “goliardico” a chi lo compie, ma che in realtà rivela il volto ancora vivo del patriarcato, quell’idea tossica per cui la moglie appartiene all’uomo e non a se stessa.
La rete in questo non crea il problema, lo amplifica. Non c’è nulla di “nuovo” nella violenza di genere: ciò che cambia è la scala, la visibilità, la capacità di annullare in un clic la distinzione tra pubblico e privato. L’intimità rubata diventa spettacolo di massa, il consenso non è nemmeno considerato una variabile. La comunità maschile che si forma intorno a questi spazi digitali trova conferma e rinforzo, scambiandosi approvazioni e commenti come se stesse parlando di un nuovo modello di automobile o di un’offerta al supermercato.
In questo senso Mia Moglie non è un’anomalia, ma un campanello d’allarme. Ci costringe a chiederci non solo dove falliscono le piattaforme, ma soprattutto dove falliamo come cultura. Perché finché il corpo femminile resterà proprietà simbolica, finché il desiderio maschile potrà tradursi in diritto di esposizione, finché la moglie sarà ancora percepita come “mia” prima che come “sé stessa”, questi spazi continueranno a proliferare, online e offline.
Non basta indignarsi davanti all’ennesimo scandalo social. Serve uno sguardo più radicale: riconoscere che la battaglia per la dignità delle donne non si gioca solo nelle leggi o nei regolamenti delle piattaforme, ma nella mentalità quotidiana, nei rapporti di potere dentro le case, nei linguaggi che normalizzano il possesso. Perché in fondo il patriarcato funziona così: si traveste da abitudine, da gioco, da ironia e intanto trasforma l’amore in vetrina, l’intimità in mercato, le mogli in merce.
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