Le vacanze sono finite, ma forse non finiscono mai. Ecco perché si desiderano tanto e diventano il pretesto per così tanti racconti.
«Mi mancava il sud della Spagna», mi ha detto l’amica Giovanna appena rientrata dal suo viaggio. Ho riflettuto un momento, tra lo stupito e il perplesso, e le ho chiesto di getto: «Perché?».
Viaggiare non significa scorrere una mappa geografica e riempirla di spunte V fino a completarla. Non si parte perché manca qualcosa che non si è ancora visto: si viaggia per andare dove si vorrebbe stare per sempre. O, forse, per cercare noi stessi più che dei semplici luoghi.
Ciò che accade in viaggio è quasi sempre un imprevisto da ricordare, un dettaglio capace di farci amare o respingere un territorio, un volto, una cultura. Si parte per spezzare la routine, per sperimentare una quotidianità diversa — ordinata o caotica che sia.
Ricordo Mario, un amico medico di Napoli, che in valigia non faceva mai mancare una moka e una busta di caffè «quello bbuono». Perché in viaggio portiamo sempre con noi qualcosa che sappiamo di non poter trovare altrove. Abbiamo bisogno di ancorare il nostro andare a un punto fermo, un segno che ci ricordi che l’andare è temporaneo e che esiste sempre un ritorno. Viaggiare non è emigrare: è il desiderio sottile di riscoprire, alla fine, le nostre abitudini.
In fondo, partire o restare si equivalgono. Trasportiamo la nostra carcassa, più o meno pesante, esattamente come facciamo con le valigie. Le riempiamo di souvenir talvolta goffi e inutili, ma indispensabili per alimentare la memoria di dove siamo stati — e di dove, forse, non torneremo mai più.
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