il suo sacrificio inserito in uno dei drammi del XX secolo
Questo santo, che si festeggia oggi 14 agosto, ha avuto una vita di basso profilo, finché un giorno, in una delle situazioni estreme in cui si sono trovati degli esseri umani durante la seconda guerra mondiale, un campo di concentramento nazista, e che campo, Auschwitz, sceglie di dare la sua vita al posto di quella di un padre di famiglia, mettendo in pratica le parole di Gesù “ Nessuno ha amore più grande che dare la vita per i propri amici”( Vangelo secondo Giovanni 15,13), creando quello “scandalo” che oggi vogliono ricordare anche le pietre d’inciampo che tappezzano le soglie delle città piccole e grandi di tutta Europa.
Ricordiamo che questa forma d’arte è stata inventata dall’artista tedesco Gunter Demning. Sono delle piccole targhe d’ottone della dimensione di un san pietrino ( circa 10 x10 cm.) poste nel terreno di fronte alla porta della casa in cui abitò una vittima del nazismo, il luogo in cui fu fatta prigioniera; su di essa vi sono i nomi della persona, la data di nascita, l’eventuale luogo di deportazione e la data di morte, se conosciuta.

Questo serve per ricordare, come l’azione di Massimiliano Kolbe ci ricorda che anche in un luogo così disumano come un lager nazista, si può proclamare la propria umanità con un gesto d’amore.
Un amore che scandalizza di fronte a tanto male.
Eppure lui era un uomo comune. Era nato in una famiglia dalle condizioni economiche modeste in una zona polacca sotto il controllo della Russia. Il padre Julius Kolbe, tedesco, era tessitore e la madre polacca Maria Dąbrowska faceva la levatrice. Aveva quattro fratelli.
A tredici anni cominciò a frequentare la scuola media dei francescani a Leopoli. La sua vita cambiò radicalmente nel 1906, quando si ricordò della visione della Vergine Maria avuta nell’infanzia. Quindi era già un predestinato alla santità.
Il 4 settembre 1910 vestì come novizio l’abito dell’Ordine dei frati minori conventuali, assumendo il nome di Massimiliano. L’anno successivo, il 5 settembre 1911 emise la professione semplice e venne inviato a Cracovia e successivamente a Roma per continuare gli studi in filosofia e teologia.
Nel 1914 professò i voti perpetui.
Durante gli anni della formazione, Massimiliano Kolbe, favorito da un carattere molto socievole, riuscì facilmente a creare rapporti di amicizia con la maggioranza dei suoi compagni di seminario, tra i quali Ladislao Dubaniowski e Bronislao Stryczny. Secondo quest’ultimo, che vivrà come Kolbe l’esperienza dell’internamento nei campi di sterminio nazista, sopravvivendo alla prigionia nel lager di Dachau, Massimiliano si distingueva in collegio per il suo impegno e la capacità di lavoro.
Kolbe negli anni di seminario era inoltre animato da un forte ottimismo (“La prossima volta tutto andrà meglio”, ripeteva di fronte ai problemi) e da una notevole intensità nella pratica religiosa, in particolare nella recita del rosario e nell’adorazione del Santissimo Sacramento.
Ritornò poi in Polonia, dove in particolare nel convento di Niepokalanow, in Polonia, alla vigilia del conflitto mondiale, vivevano all’incirca un migliaio di persone tra frati professi, novizi e seminaristi. Era uno dei conventi cattolici più grandi al mondo, ed era quasi una città autonoma. Nei primi anni della guerra offrì riparo a numerosi rifugiati polacchi, compresi molti ebrei.
E proprio grazie alla sua grande devozione per Maria, spesso esordiva con questa frase in quel periodo “ Chi ha Maria per Madre, ha Cristo per Fratello”.
Ebbe in seguito un’esperienza come missionario in Giappone, pur con un fisico indebolito dalla tubercolosi, che aveva contratto già durante gli studi a Roma.

Nel 1932 si recò in India per valutare la possibilità di fondare una nuova missione ma, dopo un breve soggiorno, nel 1936 Kolbe lasciò definitivamente il Giappone, rientrando in Polonia.
Qui nel 1938 conseguì la licenza di radioamatore e fu attivo per alcuni anni con il nominativo SP3RN, e perciò ancora oggi è il santo patrono dei radioamatori di tutto il mondo. Ma gli eventi in Europa però precipitarono. La Polonia venne occupata dai nazisti e Kolbe fu arrestato dalle truppe tedesche il 19 settembre 1939 insieme ad altri 37 confratelli. Dopo quasi tre mesi di prigione, Kolbe venne liberato.
Tornato a Niepokalanow, la trovò bombardata e presto la trasformò in ospedale ed asilo per migliaia di profughi. La sua libertà però durò poco. Il 17 febbraio 1941 Kolbe venne nuovamente e definitivamente arrestato dalla Gestapo.
Il 28 maggio 1941 Kolbe giunse nel campo di concentramento di Auschwitz , dove venne immatricolato con il numero 16670 e fu addetto a lavori umilianti come il trasporto dei cadaveri. Venne più volte bastonato, ma non rinunciò a dimostrarsi solidale nei confronti dei compagni di prigionia. Nonostante fosse vietato, Kolbe in segreto celebrò due volte una messa e continuò il suo impegno come presbitero.
Alla fine del mese di luglio dello stesso anno venne trasferito al Blocco 14 e impiegato nei lavori di mietitura. La fuga di uno dei prigionieri causò una rappresaglia da parte dei nazisti, che selezionarono dieci persone della stessa baracca per farle morire nel cosiddetto bunker della fame.
Uno di loro scoppiò in lacrime dicendo di avere una famiglia a casa che lo aspettava: Kolbe allora uscì dalle file dei prigionieri e si offrì di morire al suo posto. In modo del tutto inaspettato, lo scambio venne concesso: i campi di concentramento erano infatti concepiti per spezzare ogni legame affettivo e i gesti di solidarietà non erano accolti con favore.
Kolbe venne quindi rinchiuso nel bunker del Blocco 11. Dopo due settimane di agonia senza acqua né cibo la maggioranza dei condannati era morta di stenti, ma quattro di loro, tra cui Kolbe, erano ancora vivi e continuavano a pregare e cantare inni a Maria. La calma professata dal sacerdote impressionò le SS addette alla guardia, per le quali assistere a questa agonia si rivelò scioccante. Kolbe e i suoi compagni vennero quindi uccisi il 14 agosto 1941, vigilia della Festa dell’Assunzione di Maria, con una iniezione di acido fenico. I loro corpi vennero cremati il giorno seguente e le ceneri disperse.
Secondo la testimonianza dell’uomo che lui salvò, Padre Kolbe disse a Hans Bock, il delinquente comune nominato capoblocco dell’infermeria dei detenuti, incaricato di effettuare l’iniezione mortale nel braccio: «Lei non ha capito nulla della vita…» e mentre questi lo guardava con fare interrogativo, soggiunse: «…l’odio non serve a niente… Solo l’amore crea!». Le sue ultime parole, porgendo il braccio, furono: Ave Maria.
Fu lo stesso tenente medico nazista a raccontare dopo alcuni anni questo fatto, che fu messo agli atti del processo di canonizzazione. L’espressione “Solo l’amore crea” fu ricordata più volte da Paolo VI nel 1971 in occasione della beatificazione di Kolbe. La sua canonizzazione avvenne nel 1982 ad opera di Giovanni Paolo II.
Padre Kolbe, un uomo contro corrente, quindi ma con un’unica certezza, quella che dovrebbe diventare il liet motive dell’umanità: solo l’amore crea.
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