40 anni dopo l’argento di Helsinki ’83 con Tilli, Simionato, Pavoni e Mennea, l’Italia è di nuovo sul secondo gradino del podio iridato con il secondo crono di sempre a livello nazionale, a dodici centesimi dal 37.50 dell’oro olimpico di Tokyo. Splendido risultato a Budapest per Rigali, Jacobs, Patta, Tortu: con 37.62 sono dietro solo agli Stati Uniti. Terza la Giamaica.
BUDAPEST – Vola sul podio l’Italia vicecampione del mondo, con un gruppo affiatato e velocissimo, che torna a recitare come protagonista a due anni dal sensazionale trionfo a cinque cerchi. Ci vuole una squadra Usa al completo per avere la meglio: Christian Coleman, Fred Kerley, Brandon Carnes che non trova subito la mano del compagno di squadra in un cambio tutt’altro che perfetto e Noah Lyles che firma la tripletta dopo gli ori di 100 e 200 metri.
Ma poi ecco gli azzurri, sempre nella contesa per le medaglie e premiati dall’argento: Jacobs sempre più in forma dopo essere uscito nei 100 in semifinale, Tortu che si scatena in rettilineo per voltare pagina a tre giorni dall’eliminazione nei 200 addirittura in batteria, Patta magistrale nei cambi anche in terza frazione e Rigali, ancora una volta affidabile nell’avvio dai blocchi e nella prima curva.
È la terza medaglia per la 4×100 dell’Italia nella storia dei Mondiali, dopo l’argento di Helsinki nel 1983 e il bronzo di Goteborg ’95 con Puggioni, Madonia, Cipolloni e Floris.

Marcell Jacobs: “Quando siamo scesi in pista, sapevamo di poter vincere una medaglia dopo il risultato della batteria. Siamo i campioni olimpici, conosciamo il nostro valore. Siamo un gruppo super unito, ci fidiamo ciecamente l’uno dell’altro e ci siamo divertiti per andare a prenderci questo podio mondiale. Ho fatto fatica nella corsa, ma c’era l’energia del gruppo e ho dato tutto me stesso”.
Filippo Tortu: “Non esiste il riscatto personale. Quando si corre per la staffetta, non ci si ricorda neanche di aver fatto la gara individuale ma si corre solo per gli altri, per portare il testimone al traguardo il più velocemente possibile, anche per i compagni che sono stati con noi per tutto l’anno e fanno parte della squadra. All’arrivo ho sentito il cuore esplodere, avevo bisogno di uno di loro perché non riuscivo a stare in piedi e allora sono andato da Roberto correndo… Sapevo che la nostra forza è questa”.
Lorenzo Patta: “Non siamo una squadra, siamo fratelli. È una medaglia che vale tantissimo, forse per me vale più di quella di Tokyo, per come ci sono arrivato. Volevamo vincere, in finale si vuole sempre vincere, ma siamo felicissimi”.
Roberto Rigali: “È una soddisfazione enorme! Devo tutto a chi ha creduto in me”.
credits Fidal – Foto di FIDAL COLOMBO/FIDAL
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