La nazionale giapponese esce con onore ai sedicesimi di finale contro il Brasile, al termine di una gara gagliarda e ambiziosa, 2-1 il punteggio finale
Made in Japan, ossia fatto in Giappone, ma questa volta i Deep Purple non c’entrano, con tutta quella pazienza certosina che solo un popolo così poteva creare. Un movimento calcistico nato in un paese dove la cultura sportiva si erge sul rispetto per gli altri avvalorata dalla buona e sana educazione. Perchè se esiste un mantra nella competizione è proprio questo, la persona che deve giungere prima dell’atleta. E di tutti i suoi traguardi, che dovrebbero essere la massima ambizione, ma diventano solo un altissimo optional, di cui si può anche fare a meno. Ma l’uscita di scena con i ben più titolati giocatori del Brasile, al netto della solita narrativa nipponica, schiava delle reiterate lezioni di bon ton, quali le pulizie di spalti e spogliatoi, suona come una realtà distopica, e comprendiamo come Suzuki e compagni, capitanati dal mister Moriyatsu perdono per l’ennesima volta l’occasione feroce per rimbalzare con un salto di qualità. Che l’intero emisfero asiatico avrebbe richiesto, seppur sommessamente, con la solita educazione. Che, a questo punto rappresenta un limite se “applicata indefessamente”. E Dallas ne diventa l’ultimo esempio, con i Samurai Blu in vantaggio a sorpresa fino all’intervallo, Ancelotti che revisiona la sua nazionale e non solo riacciuffa con pazienza il pareggio ma chiude nel recupero con un colpo da biliardo di Martinelli. Per i nipponici nemmeno le briciole dei supplementari, ma tutto sommato la trama è come da copione. Il gol Levante deve, per l’ennesima volta pazientare, attendere.
Photo Credit by Rivista Undici
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