La direttrice della Casa Circondariale di Vicenza racconta il lavoro dietro le mura: il sovraffollamento, i detenuti senza una rete familiare e la sfida del reinserimento sociale
Luciana Traetta
Pugliese di origine, è alla guida del carcere “Filippo Del Papa” di Vicenza dal 2023. Assunta alla guida della struttura a soli 28 anni, è annoverata tra i più giovani direttori di penitenziario d’Italia. Gestisce una struttura complessa e di massima sicurezza, affrontando sfide quotidiane legate al sovraffollamento e alla gestione del personale. Traetta unisce alla responsabilità del comando una visione del carcere inteso non solo come mera custodia, ma come luogo di dignità, cura della persona e sinergia con la comunità esterna.
Direttrice Traetta, lei è alla guida del carcere di Vicenza da alcuni anni. Cosa significa dirigere un istituto penitenziario oggi?
Significa confrontarsi ogni giorno con una realtà molto complessa, fatta di persone, storie e fragilità. Il carcere è un luogo che spesso viene raccontato soltanto quando accade qualcosa di drammatico, ma in realtà è un mondo che lavora quotidianamente per garantire sicurezza, legalità e, soprattutto, opportunità di cambiamento.
Ogni giorno ci troviamo a gestire situazioni molto diverse tra loro. Ci sono le esigenze organizzative, quelle legate al personale, quelle dei detenuti e quelle che derivano dalle trasformazioni della società. È un lavoro estremamente impegnativo, ma anche profondamente umano.
Quanto è difficile lasciare il carcere fuori dall’ufficio e non portarselo a casa?
Non è facile. A volte mi capita di “spegnermi”. Ogni tanto mi dicono e scherzano: «Si è spento il Wi-Fi», perché magari sono lì fisicamente, ma con la testa sono rimasta altrove.
Credo che chi lavora in questo ambiente debba per forza costruirsi una barriera per proteggere il proprio privato. È un meccanismo che nasce quasi naturalmente, una forma di autodifesa necessaria per sopravvivere e non farsi schiacciare dalla sofferenza che incontri ogni giorno. Perché, inevitabilmente, un pezzetto di quel dolore te lo porti sempre a casa.
A volte racconto a mia madre cosa è successo durante la giornata: per me è un modo per liberarmi di alcuni pesi. Forse funziona anche perché lei non conosce la realtà del carcere, quindi il racconto si spoglia della sua gravità e diventa quasi una storia, nei limiti di ciò che posso riferire.
Mia madre spesso mi dice: «Da quando fai questo lavoro non dormo più la notte». E io ci rido su: «Mamma, mancano ancora trent’anni alla pensione, forse ti conviene iniziare un corso di yoga!».
Quindi anche la sua famiglia ha dovuto imparare a conoscere il carcere?
Assolutamente sì. Sono la prima della mia famiglia a lavorare in questo ambiente. Non ho parenti nell’amministrazione penitenziaria, non ho zii o cugini poliziotti.
All’inizio erano tutti molto preoccupati, ma anche estremamente curiosi: mi facevano continue domande per capire cosa accadesse davvero dietro quelle sbarre. Con il tempo hanno metabolizzato questa realtà e stanno imparando a comprendere il mondo penitenziario.
Credo che la vita privata, la famiglia e gli affetti siano fondamentali: nel mio caso rappresentano una vera ancora di salvezza di fronte alle difficoltà che questo lavoro comporta.
Come è cambiata la popolazione detenuta negli ultimi anni?
È cambiata molto: quello che stiamo osservando è una presenza sempre più significativa di detenuti stranieri. Persone provenienti da Paesi, culture e contesti molto diversi.
Nel caso di Vicenza ci sono alcune comunità più rappresentate di altre, ma in generale ci troviamo davanti a una popolazione estremamente eterogenea.
Questo comporta nuove esigenze, nuove modalità di gestione e anche nuove difficoltà sul piano del reinserimento.
Qual è oggi il problema più urgente che vi trovate ad affrontare?
Paradossalmente il problema più grande non è dentro il carcere: è fuori.
Molti detenuti non hanno alcun riferimento esterno. Non hanno una famiglia, non hanno una casa, non hanno una rete di sostegno.
La questione abitativa sta diventando sempre più grave.
Ci sono detenuti che potrebbero accedere a misure alternative alla detenzione e quindi uscire dal carcere. Questo aiuterebbe anche a ridurre il sovraffollamento, ma non possono farlo perché non hanno un luogo dove andare.
Per concedere una misura alternativa il magistrato di sorveglianza deve poter contare su un riferimento abitativo e spesso anche lavorativo, ma quando questi elementi mancano, noi ci troviamo praticamente senza strumenti.
Quindi il tema del sovraffollamento è strettamente collegato a quello del reinserimento?
Esattamente.
Molto spesso il dibattito pubblico si concentra soltanto sul numero dei detenuti presenti negli istituti, ma dietro il sovraffollamento esiste un problema molto più ampio.
Quando una persona termina la pena e il cancello si apre, il carcere non può più intervenire.
Noi possiamo custodire quella persona, possiamo offrirle opportunità formative, lavorative e trattamentali, ma poi arriva un momento in cui torna libera e il detenuto che esce dal carcere senza una rete di sostegno torna a essere un problema della società.
Per questo continuo a dire che il carcere non finisce quando si apre il cancello.
Cosa servirebbe allora?
Un cambiamento culturale e sociale importante.Bisogna capire che il reinserimento non è soltanto un problema dell’amministrazione penitenziaria: è una responsabilità collettiva.
Chi ha una famiglia, anche semplicemente una famiglia che lo aspetta, spesso affronta il percorso detentivo con una motivazione diversa: ha qualcosa da recuperare, ha qualcosa da perdere. Chi invece non ha nessuno fuori spesso fatica a immaginare un futuro diverso e questo può diventare un problema enorme.
Ci sono persone che escono e rientrano in carcere dopo ventiquattro ore e quando succede, bisogna interrogarsi.
Certamente qualcosa può non aver funzionato durante il percorso detentivo, ma è evidente che non ha funzionato nemmeno la rete esterna.
State lavorando con il territorio per affrontare queste criticità?
Sì. Con il Comune di Vicenza e con altre realtà del territorio sono attivi tavoli di confronto e interlocuzioni proprio su questi temi.
L’obiettivo è costruire strumenti concreti di accompagnamento perché senza una casa e senza un lavoro il rischio di fallire il reinserimento aumenta enormemente.
Non basta parlare di occupazione: serve affrontare anche il tema dell’abitare che oggi è diventato uno dei principali ostacoli per molte persone che escono dal carcere.
Quale ruolo possono avere formazione e lavoro nel percorso di cambiamento?
Un ruolo fondamentale.
La formazione professionale è uno degli strumenti più importanti che abbiamo perché quando una persona acquisisce competenze spendibili all’esterno aumenta concretamente le proprie possibilità di ricostruirsi una vita.
Per questo investiamo molto nei percorsi formativi e nelle attività lavorative: non sono semplicemente strumenti occupazionali. Sono occasioni per recuperare fiducia, responsabilità e autonomia.
Dopo anni trascorsi dentro il sistema penitenziario, cosa ha imparato da questa esperienza?
Ho imparato che dietro ogni detenuto c’è una storia.
Questo non significa giustificare i reati o dimenticare le responsabilità individuali, ma significa comprendere che la realtà è quasi sempre più complessa di quanto appaia.
Ho imparato anche che il carcere da solo non basta.
Se vogliamo davvero ridurre la recidiva e aumentare la sicurezza, dobbiamo costruire una rete che continui a sostenere le persone anche dopo la fine della pena.
Perché la vera sfida non è soltanto custodire qualcuno durante la detenzione:
la vera sfida è fare in modo che il detenuto una volta uscito, non abbia bisogno di tornare.
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