La festa del lavoro appare come un ossimoro, due concetti accostati che sembrano contraddirsi. Si festeggia, di norma, quando non si lavora; e il lavoro, per i più, non è una festa ma una necessità per sopravvivere. Condanna biblica, certo, ma anche strumento di realizzazione dell’individuo che, attraverso l’impegno quotidiano, assume un’identità e un ruolo socialmente riconosciuto.
“Lavorare stanca”, scriveva Pavese. Ed è vero: stanca anche quando è il luogo dell’incontro e della conoscenza. Per questo ho sempre pensato che andare a scuola sia già lavorare. La puntualità, la diligenza, il rispetto delle consegne: se abituiamo i giovani a vedere nei banchi la prima testimonianza dell’essere lavoratori, il passaggio al mondo degli adulti avverrà con naturalezza.
Ma oggi la festa si scontra con una realtà fragile. Il lavoro è come la salute: ci accorgiamo del suo valore solo quando vacilla. L’ascensore sociale spesso stride, si ferma o precipita, e il miraggio di un’uguaglianza universale è naufragato nei fatti.
Resta la povertà, e resta soprattutto la negazione del sogno. Come nella parabola dei Buddenbrook di Thomas Mann, la rovina può consumarsi in pochi decenni. Ciò che siamo oggi non è garantito per domani, e la miseria che incrociamo distratti per strada potrebbe essere stata il nostro passato o diventare il nostro futuro.
La vera festa del Primo Maggio, allora, dovrebbe essere questa: una riflessione collettiva che superi l’indifferenza. Affinché in questo giorno, almeno per un istante, anche chi non ha nulla possa sentirsi parte di noi.
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