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L’oppio dei popoli

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E’ la retorica. Prendendo in prestito l’intuizione di Marx sulla religione, prendiamo oggi atto che la nuova “fede universale” è diventata la capacità di persuasione. Un culto laico dove non conta più la verità del fatto, ma l’efficacia del racconto

ITALIA. Ci esaltiamo per ideali e bandiere che solo la retorica è in grado di trasformare in azione. Quando celebriamo il passato, non lo facciamo per comprenderlo: lo facciamo perché la retorica ci convinca della sua necessità. Poco importa sapere cosa sia successo davvero, o quali siano stati i processi storici reali. È sufficiente che l’evento venga confezionato con la giusta enfasi, che sappia infiammare e commuovere ancora, anche solo per poche ore, purchè la mente  giudicante venga annebbiata.

In questo scenario, la parola perde la sua funzione comunicativa per diventare arma persuasiva, evidente e non occulta. Slogan banali, spesso irriverenti, si trasformano in armi che la retorica sa affilare con precisione per renderle micidiali. Siamo accompagnati ogni giorno da una noia mortifera: una parlantina evanescente, sapidamente declamata, che seppure in pochi vogliamo allontanare, ci avvolge comunque e convince i più. È qui che il potere si gioca la sua partita migliore: la retorica è il suo scudo e, al tempo stesso, il suo alimento.

Mentre ci si allontana dalla realtà quotidiana — quella cruda, difficile, fatta di sopraffazione e indifferenza — la retorica del “bene” e della “solidarietà” ci rassicura. È il trionfo del gattopardismo linguistico: tutto deve mostrarsi cambiato, purché nulla cambi affatto. Ci sentiamo buoni e giusti attraverso le parole, proprio quando nel nostro agire quotidiano non lo siamo o, peggio, non abbiamo la forza di esserlo. Persino la ribellione, quando viene investita da questa onda d’urto verbale, perde la sua carica trasformativa e diventa una posa, un’estetica del dissenso.

L’unica via d’uscita sembra essere un ritorno alle origini del pensiero critico. Dovremmo tornare alla Critica della ragion pura e a quella pratica, passando al setaccio del nostro pensare tutto ciò che ci viene presentato come “certo” o “venerabile”. Impegno e sofferenza di una coscienza che non si arrende alla persuasione della retorica.

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