L’omicidio- suicidio della mamma e della sua bambina nelle acque del Piave
Il male di vivere. La scelta di andarsene portando con sé quello che aveva di più caro. La figlioletta di tre anni che ha stretto a sé quando si è immersa nelle acque gelide del Piave.
Si è conclusa così, con un omicidio- suicidio, la vita di Susanna Recchia, una mamma di 45 anni, e della sua bimba, Mia, decidendo anche per lei il futuro con un gesto disperato.
Susanna si era allontanata dalla sua casa di Miane venerdì sera, con la sua auto che ha lasciato con le chiavi nel cruscotto. Il cellulare ed i documenti erano stati lasciati a casa, ritrovati il mattino seguente dal papà, passato a prendere la bambina per trascorrere il sabato insieme, come da accordi. Nulla lasciava presagire quello che poi sarebbe successo.
La lettera per il compagno e per i figli
Ma la lettera lasciata dalla donna al compagno ed agli altri tre figli, avuti da una precedente relazione, hanno subito cancellato le speranze di un possibile ritrovamento. Domenica mattina il pilota dell’elicottero dei vigili del fuoco che eseguiva le ricerche ha individuato i due corpi abbracciati, su un isolotto del Piave, vicino all’isola dei morti, poco distante dal luogo in cui qualche mese fa era stato ritrovato il corpo di Alex Marangon.
Susanna, presa dal suo dolore esistenziale, messo a dura prova dalla decisione di separarsi dal compagno, il papà di Mia, ha deciso che non valesse più la pena di vivere, che era giunto il momento di porre fina alla sua vita che, per lei, non aveva più alcuna motivazione. Nemmeno l’amore per gli altri tre figli, nemmeno la piccola Mia, sono stati dei motivi sufficientemente validi per allontanare dalla sua mente l’idea che fosse necessario porre fine alla sua esistenza.
La scelta di portare con sé la bimba più piccola, più indifesa, è un ultimo gesto d’amore che si avvinghia con la morte. In un ultimo abbraccio di protezione, quasi per difenderla dalle acque che avrebbero potuto trascinarla via, lontana da lei.
La depressione maggiore
Il procuratore di Treviso Marco Martani, ha dichiarato che la vicenda, per lui, è «senza ombre e dal chiaro sviluppo». Si è trattato di «omicidio-suicidio» e non c’è alcun elemento concreto contro questa ipotesi». E ancora: «È evidente che la donna era vittima di quella che viene definita depressione maggiore, una malattia psichica che spesso non dà avvisaglie o quanto meno è difficile da interpretare per i non esperti. Una forma di depressione che fa vedere solo tragedie nel futuro e che, come probabile gesto protettivo, spinge a portare con sé quanti si amano».
Il male di vivere
Il male di vivere, il dolore, la difficoltà a gestire la quotidianità, il disagio esistenziale, stanno sempre più attraversando la nostra società “del benessere”, senza che le persone più care possano capire il perché di gesti estremi, contro se stessi e gli altri, sconosciuti incontrati per caso, familiari, persone amate.
I fatti di cronaca quasi quotidiani scandiscono così la nostra vita, avvenimenti terribili, quasi inimmaginabili, ci rappresentano un mondo in cui non riusciamo a comprendere quello che sta accadendo. E tutti noi restiamo attoniti, di fronte a questi eventi.
Si sente sempre dire dopo una tragedia familiare, “era una famiglia normale, nulla faceva presagire, niente faceva supporre quello che sarebbe accaduto da lì a breve”. Ma anche vivendo accanto, nessuno di noi ha sufficienti strumenti per capire, per interpretare segnali ed atteggiamenti che possano far supporre una conclusione drammatica.
Il figlicidio
Nelle tragedie greche, sempre attuali perché parlano dell’umano, Medea uccide i figli per vendetta contro Giasone, per un amore finito, per un tradimento subito.
Il figlicidio viene considerato un atto contro natura, perché nessun genitore vorrebbe porre fine alla vita di un figlio, viene valutato come un gesto folle ed inaccettabile, ma c’è un lato umano, oscuro, attanagliato dal male di vivere, sicuramente meditato a lungo per sottrarre i figli ad una vita infelice, che viene definita a volte “un’uccisione compassionevole”.
Verso questa mamma, verso il suo male di vivere, verso la sua decisione per noi incomprensibile, cerchiamo di provare un sentimento di pietà per la sua infelicità, per il suo dolore, le sue disgrazie, le sue fragilità. La piccola Mia, abbracciata alla sua mamma, è come se abbracciasse ognuno di noi.
Crediti fotografici: NaturalMente Guide
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