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L’ombra di Zaira

Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!

Girava voce che un navigatore di nome Marco Polo, partito dalla lontana Venezia per scoprire del mondo cose inumane e inimmaginabili agli occhi di molti, nonché realtà sognanti e paesi fantasiosi, avesse narrato di una città invisibile al magnanimo Kublai, tale Zaira.

Zaira girava voce fosse una città dagli alti bastioni, migliaia di gradini e vie fatte a scale, nonché caratterizzata da precise relazioni tra le misure dello spazio e gli avvenimenti del corrispettivo passato. Dall’inclinazione di una grondaia al filo teso dal lampione alla ringhiera, ogni cosa in Zaira aveva un significato, implicito, invisibile, quasi stupefacente. Le sue strade intricate si dipanavano come fili d’argento intrecciati da dita divine, rappresentanti un luogo dove l’illusione e la verità avrebbero per l’eterno danzato insieme come amanti. Marco Polo ne aveva narrato come di un’onda che rifluisce dai ricordi, in cui la città si imbeveva al pari di una spugna e si dilatava, discendente in maniera diretta dal passato di Zaira che ne aveva conformato quel che era oggi.

Le storie che circolavano su Zaira attraverso i viandanti, gli avventurieri e i sognatori che vi erano passati, erano sussurri di meraviglia e mistero, a volte reali, altre volte invisibili alla ragione. Ma c’era qualcos’altro che era sfuggito a Polo. Non si sapeva se l’avesse volontariamente celato al sultano Kublai nei propri racconti dattiloscritti, magari per imbarazzo, o mestizia, o se l’avesse fatto per semplice non curanza. A Zaira non erano soltanto gli edifici, le grondaie, i lampioni ad avere una storia da raccontare, ma anche le stesse ombre degli abitanti, quelle che seguono i corpi in ogni loro andazzo, nei gesti, nei movimenti, in qualsiasi cosa passasse loro per la mente, pur nell’invisibilità del buio. Le ombre erano un misterioso fascino che rendevano Zaira ancora più particolare e, sebbene nessuno ne avesse mai raccontato, tutti sapevano di quella storia delle ombre zaire.

Alcune ombre avevano vita propria. Normalmente legate al corpo da cui si originavano, senza il quale non sarebbero potute sopravvivere in quanto lo stesso concetto di “ombra” sarebbe venuta meno, a Zaira alcune di esse si ribellavano alle leggi della fisica e, specialmente la notte, prendevano vita. Lo facevano separandosi dai corpi che le avevano generate, danzando sui muri, scivolando per i marciapiedi come creature curiose, esplorando un mondo tutto loro, che nessuno aveva mai visto perché si consumava di notte, nell’oscurità, con cui le ombre stesse si confondevano.

Vivevano nel costante crepuscolo, una danza di penombra e luce in cui ogni ombra sembrava comunicare segreti sussurrati soltanto al vento. Non erano confinate a una sola forma o dimensione, ma si sfaldavano e si ricomponevano come sfere di fumo sotto l’effimera carezza di un soffio. Ombre che si innamoravano tra loro, anche se i rispettivi proprietari non lo erano. E allora ogni evento veniva trasudato della realtà, mischiandosi alla fantasia. Marco Polo, per la verità, in un trafiletto dedicato al magnanimo Kublai, scrisse che per alcuni giorni perse di vista persino la propria, di ombra, ma per non essere scambiato per illogico, di fronte al sultano, non aveva dato peso all’evento, celandola nei propri racconti.

In mezzo a questa sinfonia di ombre danzanti, di giorno e di notte, uno spirito curioso sorse: Alessio, un giovane dai capelli neri e occhi scintillanti di avventura, almeno all’apparenza. Egli non aveva mai creduto che a Zaira le ombre vivessero di vita propria, nonostante le mille voci che circolavano riguardo a quella storia. Almeno finché non notò qualcosa di strano nel comportamento della propria. Si accorse, in una notte insonne, che essa prendeva vita principalmente al tramontare del sole, per perdurare fino all’alba, quando tutti erano silenti, o assonnati, con un vigore che pareva trascendere all’immaginazione, in luoghi e posti che la sua mente non aveva mai vagheggiato, né gli occhi di Marco Polo visto.

Ne fu talmente stupito dall’immagine che Alessio, la prima volta, strabuzzò gli occhi nel vedere la sua ombra dissolversi nel buio e vivere di vita propria. Riprese in mano gli appunti di Marco Polo ne Le Città Invisibili, cercando di capire se il grande navigatore ne avesse scritto qualcosa di più profondo, al fine da percepirne il significato, o trovare la soluzione per bloccarla al proprio sé. Più di quel trafiletto di descrizione su Zaira, tuttavia, non c’era null’altro che il navigatore aveva appuntato. Ogni cosa, in quel racconto, sarebbe stato invisibile, alla mente, alla realtà, alla fantasia, alla razionalità. Persino a chi avrebbe letto le sue narrazioni, con dovizia di particolari.

«Chi sarai mai tu, ombra?» le chiedeva, vedendola andare via la notte.

Essa non rispondeva, ma rimaneva tacita, vagando libera per le strade, come una libellula. Riprendendosi il diritto di essere autonoma, danzando, muovendosi in modo contorto, a dispetto del dover sottostare all’ombra, per l’appunto, di un corpo fisico. Gli faceva piuttosto segno con il dito, affinché fosse lui a seguire lei, e non viceversa, come una sorta di ribellione al destino, un mondo rovesciato, insolito, infernale, da cui non avrebbe potuto né voluto più liberarsi. Alessio non poteva, tuttavia, sovvertire le leggi della fisica, non lì, non a Zaira, dove ogni cosa, all’apparenza, era collocata al suo infimo posto. Lui, peraltro, essere razionale, verso cui la fantasia adesso si stava ribellando, reclamandone il ruolo di protagonista. E allora il più delle volte la lasciava andare, negandola, nonostante l’ombra lo invitasse in maniera ripetuta, senza sfiorarlo, a seguirlo, stuzzicandone la curiosità.

«Non ti seguirò, ombra. Non ti seguirò. Non andrò incontro a leggi contrarie all’universo. Non fa parte di me» affermava sovente, pur conoscendo lo spirito avventuriero che lo persuadeva, che lo istigava, che prendeva forma notte dopo notte, sempre più insistentemente.

Non poté a lungo ignorare l’insolita metamorfosi della sua ombra che si aggirava per le strade di Zaira le notti più insolite. Era irresistibile. Il vedere andar via il proprio oscuro riflesso, presto gli apparve come un enigma da risolvere, un richiamo notturno proveniente dal cuore della città più segreta e nascosta. Al punto che alla fine si spinse a scrutare oltre il velo sottile che separa il reale dall’irreale, o l’ombra dal corpo che la comanda. Quel mondo cui lui non aveva voluto credere, era lo stesso con cui adesso aveva a che fare con occhi pieni di curiosità.

Alla prima ora di buio che venne, lasciò che l’ombra si allontanasse. Stavolta, però, decise di seguirla, senza che essa se ne accorgesse. Lasciò il proprio letto, si inerpicò tra le scalinate di Zaira, guidato dal misterioso pellegrinaggio delle sembianze riflesse, per scoprirne l’origine, o la destinazione dell’ombra. Ogni passo era un avanzare verso l’ignoto, attraverso piazze nascoste e angoli remoti che mai aveva visto sotto la luce riflessa della luna piena. Piazze celate da piazze, stradine nascoste da sentieri, angoli di case coperte da dimore. Come un’ombra, Zaira mostrava sé stessa, la notte, in maniera diversificata, in un’altera vita, che non aveva nulla a che fare con quella visibile di giorno.

L’ombra di Alessio si confuse presto con altre ombre di altri abitanti provenienti da chissà quali dimore, ma ognuna riconoscibile, senza che vi fosse spiegazione tangibile. Le ombre sapevano di chi fossero, a che corpo appartenevano, perché guardandole c’era irrimediabilmente scritto chi erano i corpi che riflettevano, pur senza colori, senza parola, perché i gesti avevano tutto quel che c’era da comprendere in chi le osservava. Ed era una cosa assurda, quanto surreale, vedere cose che non si vedevano. Le ombre degli abitanti di Zaira, di solito silenziose e immobili, sembravano rispondere al suo passaggio furtivo. Come se le sue intenzioni fossero state comprese anche da queste creature d’oscurità e luce.

Fuori dalle mura della città, l’oscurità iniziò a dissolversi, e il cielo stellato sembrò gettare un manto di incantesimo. Finché Alessio giunse in una piazza in cui ombre si radunavano, un vero e proprio posto di incontri dove il susseguirsi eterno dei passi aveva lasciato tracce invisibili di pensieri e sogni, e l’aria stessa era carica di promesse sussurrate, o speranze soltanto immaginate per chi sarebbe arrivato dopo.

Attratto da quel che accadeva attorno a lui, presto perse di vista la propria ombra. Si aggirò in disparte, per non farsi sentire, né notare, mettendosi ai lati di un’altura, mentre tutte le ombre si disponevano lungo la scalinata a semicerchio, come fossero in cerca di qualcosa, o in attesa di qualcosa di errante. Non sapeva cosa stessero attendendo di preciso, ma era come se fantasticassero su qualcosa di incerto, quasi ineludibile agli occhi umani. Forse in attesa di quel senso dell’esistenza che mancava loro.

In lontananza, dall’altra parte della scalinata, notò una sembianza umana, un’ombra a colori. Strabuzzò gli occhi, per capire come potesse avere quelle sembianze lì un’ombra, poiché aveva tutte le caratteristiche del corpo. Si avvicinò nel tentativo di capire meglio, scostando le presenze ombrose che incontrava sul suo cammino, che al di là del notarlo, non sembravano a lui interessate. A un tratto, se la ritrovò davanti, piena di colori e congettura, di per sé inspiegabili in quel clima di oscurità e mistero.

«Livia» disse.
«Livia?» chiese lui, sorpreso che gli avesse rivolto la parola.
«Sì, Livia».
«Tu, parli?».
«Evidentemente, sì».
«Non credevo potessi farlo».
«Noi ombre parliamo, ci emozioniamo, cantiamo, ci innamoriamo. Dipende da quel che voi volete che facciamo».
«Non pensavo che…».
«Dovresti dirmi tu, adesso, come ti chiami».
«Io, Alessio. Cosa stai cercando?».
«Cosa sto cercando?».
«Sì, vedevo che ti guardavi attorno, in maniera furtiva». «Nulla».
«Nulla?».

«Esatto. Non cercavo nulla, se è questo che volevi sapere. C’è solo una cosa che vorrei avere, ma non potrei. Io sono un’ombra, mi chiamavo per l’appunto Livia, o meglio quest’ultima era colei che riflettevo alla luce. Poi la mia padrona, mi ha abbandonata. Non ho avuto più un corpo da seguire e sono stata relegata qui, dopo l’incantesimo».

«Ti ha abbandonata?».

«La maggior parte di noi qui, sono state abbandonate. Siamo ombre di corpi che non esistono più e vaghiamo in cerca di adozione. Siamo erranti da quando c’è stato l’incantesimo».

«Quale incantesimo?».
«Se non sai di cosa sto parlando, come pretendi di comprendere?».
«Mi piacerebbe».
«Abbiamo davanti a noi una notte lunghissima, ci sono tante cose da capire prima».
«Tu, però, hai i colori, a differenza delle altre».

«Non è proprio così, sei tu che proietti in me i colori, io sono un’ombra come tante altre. Come la tua, in fondo, che adesso però non vedo».

«Non posso crederci».

«E invece devi, soltanto noi possiamo decidere con che occhi guardare il mondo. Tu, adesso, anziché il bianco e nero, vedi in me i colori, perché sei tu a donarmeli. Non vediamo ciò che esiste, ma ciò che vogliamo vedere. Se non fosse così, vedresti solo buio attorno a te».

I contorni indefiniti di Livia gettarono un incantesimo su Alessio, catturando il suo sguardo e trascinandolo in un’orbita di curiosità sempre crescente verso quella strana figura sospesa tra il buio e la luce, tra l’invisibile e il visibile. Livia gli spiegò che ciascuna ombra di Zaira portava con sé le tracce indelebili di una vita passata, di una storia composta di attimi fuggenti, come ogni angolo della città. Erano frammenti di emozioni e pensieri, proiettati sulla tela dei muri e dei pavimenti come riflessi di un mondo interiore rivelato all’improvviso.

Livia, in particolare, non era solo un’ombra tra le tante, ma una figura in cui l’oscurità sembrava abbracciare il segreto dell’universo stesso. Nella morbida sfumatura dei suoi movimenti, Alessio poteva percepire la memoria di secoli e la sensazione di un’eternità contenuta in un istante, la bellezza del buio nella luce, del visibile nell’invisibile.

La connessione che Livia sembrava avere con Zaira e le sue ombre era palpabile, come il filo d’argento di una ragnatela intrecciato tra le stelle. Alessio si ritrovò così ad ascoltare, affascinato, le parole di Livia mentre quest’ultima condivideva le profonde intuizioni sul legame tra l’essenza delle ombre e il cuore pulsante di Zaira. Era strano, forse persino illogico, ciò che stava accadendo. Sembrava che in breve l’amore stesse tessendo le sue tele tra lui e l’ombra di una Livia che non aveva mai visto, se non nelle sembianze del suo riflesso lasciato all’eternità della notte.

«Dov’è la tua ombra?» domandò lei. «Vai a saperlo» e si guardò attorno. «Cosa intendi?».
«Va a spasso per Zaira, ogni notte». «E tu come mai sei qui?».
«Stanotte ho provato a seguirla».
«Perché?».
«Ero curioso di vedere dove andava».
«Non devi preoccuparti. Lei è una di quelle fortunate».
«Perché?».
«Perché ha un corpo da cui tornare, che sei tu. Io, invece, ad esempio, non ho nessuno, come ti ho detto».

Una strana tenerezza lo colse di sorpresa, al punto che Alessio fece per abbracciare Livia, ma le scivolò via dalle mani per la sua incapacità di essere tangibile. Nemmeno riprovandoci, riuscì a darle quel conforto che avrebbe voluto, ed era strano che sentisse pietà per qualcosa che rifletteva qualcosa di non suo. Le braccia di Alessio si allargavano come ali protettive, cercando di catturare quella figura evanescente, ma le dita sfioravano ogni volta solo l’aria vuota. Livia, così vicina, eppure così distante, si scioglieva tra le sue mani come neve al sole. Le ombre intanto danzavano intorno a lui, silenziose e sinuose, leggere come pensieri, sfuggenti come i sogni, omaggiando quella ritrovata libertà. L’abbraccio che Alessio cercava di offrirle, il conforto che desiderava donarle, si dissolvevano nell’eterea trama delle ombre di cui era circondato.

«Non puoi cercare di abbracciare ciò che non si può toccare» si scusò Livia. «Ho tentato spesso nella mia vita, con le cose concrete».
«D’altronde, è impossibile afferrare ciò che è immaginazione».
«Però mi stai parlando».
«Non sono io a parlarti».
«E chi mai?».
«La tua fantasia».
«Ti stai prendendo gioco di me».

«Come potrei, sei tu che mi stai dando le parole. Io sono ombra, ricordatelo, non ho il dono né della parola, né della carezza, se non sei tu a conferirmelo». Seguì un momento di silenzio, quasi surreale, circondati com’erano da migliaia di ombre zaire che roteavano senza soluzione di continuità. «Vieni con me, devi conoscere ancora tante cose su Zaira e il mondo delle ombre. Cose che nemmeno Marco Polo, quando è passato di qua, è stato in grado di percepire e raccontare al sultano nelle Città Invisibili» concluse, per il momento, Livia.

Man mano che il tempo si dissolveva tra le loro ombre intrecciate, poco dopo Alessio e Livia si ritrovarono immersi sempre più profondamente nei segreti di Zaira, lui senza ombra, lei senza corpo. Attraversarono strade dove la luna piena sembrava danzare tra gli alberi, dipingendo riflessi azzurri sulla pavimentazione e creando giochi di luce che rispecchiavano le sfaccettature mutevoli dei loro sentimenti, di chi c’era stato, di chi c’era o ci sarebbe stato. Le ombre andavano in cerca di corpi fin dalla nascita, facendosi piccole, facendosi grandi. Era un mondo, quello, che non aveva mai fine, dotato di sentimenti, umanità.

Nel cuore della città, tra archi antichi e giardini segreti, si avventurarono in luoghi che nessuna ombra aveva mai osato esplorare. Erano come due esploratori audaci che solcavano il mare incerto delle strade, disposti a scoprire nuovi orizzonti di emozioni e desideri nascosti. Il corpo di Alessio e l’ombra di Livia si muovevano in sincronia, come un duetto che aveva imparato a danzare attraverso la vita riflessa dai lampioni della sera. Ogni passo e ogni movimento risuonavano in una coreografia unica, tessuta da luce e oscurità. Le ombre si intrecciavano, si allontanavano e avvicinavano di nuovo, come anime in cerca di luce, o di vita. Non c’era bisogno di parole, perché le loro ombre stavano diventando il linguaggio attraverso cui si svelavano reciprocamente.

«L’ombra è come un ricordo» disse Livia, la sua voce era un sussurro che sembrava farsi strada attraverso il tessuto dell’aria stessa. «È un frammento di luce passata, una traccia indelebile di chi siamo stati e di dove siamo andati. Per questo rimane eterna e non muore mai, come l’anima».

Alessio annuì, gli occhi rivolti verso il cielo dove le ombre danzavano come farfalle notturne. Era strano, per lui, sentire dentro di sé nascere quasi un sentimento d’amore nei confronti di un riflesso che non era il suo, di un’ombra che non rifletteva nemmeno i suoi minimi movimenti. Eppure il cuore arriva sempre oltre la razionalità, altrimenti non sarebbe tale.

«Ma in questo mondo di ombre e luce, sembra che le storie possano prendere forma, diventare visibili» rispose lui.

«Per diventare visibili, le ombre devono conoscere il giorno, perché di notte siamo invisibili. E per conoscere il giorno, dobbiamo legarci a un corpo fisico.

Qualcuna di noi ci riesce, altre invece rimangono relegate al buio della notte, altre ancora preferiscono scappare dal giorno per proteggersi nel buio. Come è capitato alla tua, a quanto pare, di ombra. E così anche noi, in qualche modo, diventiamo storie viventi. Le ombre che danzano riflettono l’intreccio dei nostri pensieri, i battiti del nostro cuore. Finché ci sarà in ballo quell’incantesimo, tutto questo, però, non sarà possibile».

Con il passare delle ore, le parole di Alessio e Livia divennero la melodia di una conversazione silenziosa, intessuta attraverso i movimenti fantasiosi della mente, dove l’una completava l’altro. In una notte senza luna e senza tempo, passeggiavano lungo il bordo del fiume che costeggiava Zaira.

«È come se le nostre ombre fossero la chiave per comprendere l’anima di Zaira» commentò Alessio.
«Quella impercettibile a chi vi passa di qui come viaggiatori e non come ammiratori, come è accaduto a Marco Polo».
«Sì, lui è passato nell’invisibile».

«Solo chi è capace di vedere, vede. Solo chi è capace di sentire, sente, anche nell’invisibile, anche nel buio». Livia si avvicinò, vittima dell’inganno che la portò a cercare di nuovo un abbraccio. Si intrecciò con lui, senza toccarlo, ancora una volta, senza spazio, senza tempo, in un unico universo eterno. Si intrecciarono una volta di più in un abbraccio invisibile. «E forse, Alessio» continuò, «Zaira è solo uno specchio delle città che portiamo dentro di noi. Questo legame che abbiamo attraverso le ombre è un riflesso delle connessioni profonde che possono nascere tra le anime».

«Che sia nelle ombre o nella luce, con te qui a Zaira, mi sento come se avessi scoperto un mondo che è più vero di qualsiasi altra cosa che abbia mai conosciuto».

Alessio e Livia continuarono a esplorare i labirinti incantati di Zaira. Ogni strada, ogni angolo nascosto, nell’oscurità della notte, sembrava un capitolo da scoprire, un libro da aprire. Attraversarono piazze silenziose e giardini dimenticati, le ombre delle loro figure, vere o supposte, danzavano lungo i muri come spettri di un passato e un futuro intrecciati. Spesso si ritrovavano a sedersi su scalini di pietra consumati dal tempo, e sotto il cielo stellato, a condividere le loro storie. Alessio raccontava dei suoi sogni di avventure oltre Zaira, delle speranze e dei desideri che custodiva nel cuore. Il tempo nel frattempo passava e non passava, era strano vivere l’eternità in un’unica notte. Era persino strano credere di innamorarsi di un’ombra che non era la sua, di una bocca che non avrebbe mai potuto baciare, di un corpo che non avrebbe potuto mai toccare. Livia, intanto, con un sorriso enigmatico, rivelava senza sosta frammenti della sua lunga esistenza, storie che risalivano a ere dimenticate, oramai lontane, e si intrecciavano con le strade tortuose di Zaira.

In una delle tante scalinate, si sedettero ad ammirare il buio. Le ombre si confondevano, ogni tanto ne spuntava qualcuna riflessa in uno specchio, o sotto a un lampione. Lui, con accanto l’ombra luccicante da lui stesso disegnata, e lei, accanto a un corpo che non era il suo, all’ombra di sé stessa. Livia all’improvviso abbassò lo sguardo, la sua voce fu quasi un sussurro nell’aria calma.

«Alessio, c’è qualcosa che devi sapere» disse.

Le sue parole portavano un peso antico, una verità celata nei secoli. Alessio si fermò, guardando Livia con attenzione.

«Cosa vuoi dirmi, Livia?».

L’ombra esitò un attimo, come se volesse trovare la giusta dose di coraggio per ciò che aveva da dire. Sentiva che poteva fidarsi di quell’uomo e di quel corpo. Non sapeva nemmeno perché. Le avevano sempre detto che era meglio stare lontani da un corpo che non era il suo. Livia, invece, in quell’istante non poteva fare a meno che starvi vicino. Rappresentava l’unica possibilità per liberare lei e tante ombre perdute da quell’incantesimo che le teneva incatenate alla notte nell’errare senza sosta.

«La mia ombra è legata a un antico segreto di Zaira, quell’incantesimo di cui ti ho accennato prima. Un segreto che ha plasmato il destino di questa città, un segreto che vive nell’ombra di ogni pietra, in ogni scalino in cui tu, durante il giorno, passeggi».

Alessio si stupì di quella rivelazione.

«Che segreto è, Livia? A cosa ti stai riferendo? Perché vuoi dirmelo?».

«Sei una delle poche persone in grado di vedere l’invisibile, come mi stai dimostrando. Mi hai dato voce, mi hai dato colore. Da tanto tempo ho aspettato che uno come te fosse spinto dalla curiosità a vedere cosa c’è oltre la siepe, cosa che durante il giorno molti hanno perso di fare. Non so se ha senso, ma meriteresti persino che mi innamorassi di te. Pertanto, credo che tu possa essere anche una delle poche in grado di osservare ciò che non c’è e di liberarci dall’incantesimo che perseguita noi povere ombre dannate a vivere soltanto la notte, senza poter vedere mai il giorno».

«Quale incantesimo? Sono pronto ad ascoltarti».

«Sono stata scelta, molti secoli fa, per custodire la conoscenza di una chiave. Una chiave che può rivelare il legame profondo tra l’ombra e la luce, tra la verità e l’illusione di Zaira. In modo tale che ogni ombra si leghi al suo padrone e nessuna sia più abbandonata a sé stessa, come è capitato a me. Né, peraltro, sia costretta a errare la notte, senza sapere da chi tornare durante il giorno».

Alessio sentì un brivido corrergli lungo la schiena.

«E cosa accade se questa chiave viene svelata?».

«La città cambierà, Alessio. Le ombre e le luci si sfonderanno, e la verità nascosta tra di loro verrà finalmente rivelata. Ogni ombra potrà decidere di vivere con il corpo che vorrà, nessuna più sarà legata in maniera indelebile a sé stessa. Zaira si rappacificherà finalmente con la notte e noi ombre torneremo a riflettere ciò che ci spetta. A innamorarci, a emozionarci, proprio come fate voi, che vivete di giorno nell’invisibile».

«Sei pronta?».
«Sì. E tu?».
«Soltanto se tu lo vuoi».
«Come fare per svelare la chiave?». «Seguimi» fece l’ombra.

Livia si incamminò verso il cuore segreto della città. Alessio non sapeva dove l’ombra lo stesse direzionando, ma aveva imparato a fidarsi, sebbene stavolta lo facesse di un ritratto non suo. Lungo il percorso, furono accolti da sfide che sembravano uscite da leggende antiche, come sentieri che si dipanavano in modi imprevedibili e illusioni che cercavano di distoglierli dalla loro missione. Più andavano avanti, però, più corpo e ombra si sentivano uniti, quasi innamorati, seppur in mondi paralleli e lontanissimi. Attraversarono boschi d’ombra, ponti invisibili tesi sopra abissi di dubbio. Il fruscio delle foglie sussurrava indizi, le ombre degli alberi sembravano danzare per guidarli. Insieme, affrontarono il richiamo dell’ignoto con coraggio e determinazione, poiché la città stessa sembrava accompagnarli nella loro ricerca di verità.

In un’antica biblioteca nascosta, trovarono rotoli di pergamena spiegazzati dall’età, che raccontavano la storia della città e delle sue ombre. Scoprirono che Zaira era stata creata da un antico incantesimo, un incantesimo di luce e ombra intrecciate. Ma l’equilibrio si era spezzato quando l’ombra errante era stata catturata di notte, nel buio, da un fascio di luce, portando con sé l’armonia. Da allora notte e giorno erano state separate, così come ombra e luce, per sempre, incatenando alla notte le ombre che ne erano rimaste prigioniere. Bisognava allora ritrovare l’ombra errante, liberarla, per far sì che ogni cosa tornasse al proprio posto. Si affermava che l’incantesimo, di cui la stessa Livia era vittima, si sarebbe spezzato qualora fosse stato un corpo di luce a liberare l’ombra errante.

Attraverso gallerie sotterranee e altezze vertiginose di torri dimenticate, arrivarono alla Torre dell’Enigma, dove si diceva che l’ombra errante fosse imprigionata. Là trovarono proprio lì, davanti a un altare, incatenata da un fascio di luce che le fungeva da catena. Livia si avvicinò lentamente, mentre l’ombra errante sembrò rispondere alla sua presenza con un fremito. Con voce ferma, Livia cominciò a intessere parole di saggezza e compassione.

«Eccolo lì il motivo per cui tutto ciò è iniziato, da allora Zaira non è più stata la stessa. Noi ombre non abbiamo avuto più pace, non abbiamo avuto più luce».

«Cosa si può fare?».
«Ti ho portato qui, ero l’unica a conoscere questa strada, questo segreto». «Dimmi, cosa posso fare?».

«Solo se un corpo, un fascio di luce, spegnerà quel faro che tiene l’ombra errante incatenata all’invisibilità, l’incantesimo di Zaira scomparirà e noi imprigionate all’oscurità della notte saremo libere».

Alessio si avvicinò al faro. Era talmente luminoso che faticava persino a vedere l’ombra errante. Si mise davanti, a colpi di pietra lo ruppe. Le catene d’ombra si fecero più deboli, l’ombra errante iniziò a sciogliersi come nebbia al mattino e sparì. In un momento di rivelazione, si fuse con Livia, e la luce e l’ombra si intrecciarono in una danza finalmente armoniosa, diventando visibili nell’invisibilità di Zaira. La città rispose al trionfo con un’esplosione di colori e luci, come se ogni ombra avesse risvegliato una parte dimenticata di Zaira. La città stessa sembrò risvegliarsi da un lungo sonno e i misteri che aveva nascosto per secoli vennero finalmente alla luce.

Il potere delle emozioni e delle connessioni umane era ciò che davvero rendeva vivo ogni angolo delle Città Invisibili. Ogni ombra ritornò al proprio corpo riflesso, soltanto Livia ne rimase senza, sebbene Alessio non fu privo della sua, che ritornò da lui.

«Vedo che adesso ogni cosa è tornata al suo posto» commentò Livia. «Sì, la mia ombra è tornata da me».
«E allora addio».
«Non andare via, Livia».

«Devo, non posso fare altro. Andrò in cerca del corpo di cui sono stata privata, nella speranza di trovarlo».

C’era un rammarico in Alessio, per quelle emozioni e sensazioni che non erano tali, ma che Livia gli aveva donato in quella lunga notte di ombre, che adesso volgeva all’alba. Un sentimento d’amore che si era creato tra Alessio e l’ombra Livia che stentava a chiudersi, a riprendere fiato, a sparire nel tempo e nello spazio dei vicoli di Zaira, prima che altri navigatori la scoprissero nella propria invisibilità. Un modo solo per unirsi, ecco la sfida che adesso cercavano, l’ultima da superare, prima di lasciare Zaira al futuro. In una sola notte, Alessio, un essere di carne e ossa, si era innamorato di Livia, l’ombra di un altro. E Livia, in qualche modo, aveva risposto con lo stesso affetto ardente, quando Alessio era corpo di un’altra ombra.

Era un amore che attraversava i confini tra l’effimero e l’eterno, tra il tangibile e l’intangibile. Si amavano oltre le ombre e le luci, al di là dei confini che separavano il corpo dall’anima, l’ombra dal corpo. Era un amore che sfidava ogni definizione e che trovava la sua forza proprio nella diversità. Era come se l’ombra di Livia e il corpo di Alessio volessero fondere in un unico essere, un essere che esisteva al di là delle convenzioni e delle leggi fisiche del mondo, che già Zaira aveva del tutto capovolto dall’arrivo di Marco Polo. Mentre l’alba colorava il cielo sopra Zaira, adesso rivelata, Alessio e Livia si guardarono così negli occhi, frattanto l’ombra del primo rifletteva paziente sull’asfalto il suo riflesso. Gli occhi di uno riflettenti le stelle, gli occhi dell’altro scintillanti di promesse. Ma il dilemma rimaneva: come potere innamorarsi e vivere insieme quando le loro esistenze sembravano appartenere a piani differenti di realtà.

Si sedettero su un antico muro di pietra, accarezzati dal vento leggero. Il silenzio tra loro era carico di domande che sembravano non avere risposta. Alessio e due ombre accanto.

«C’è una verità che devo confessarti» disse. «Mai avrei pensato che anche il mio cuore potesse innamorarsi di un’ombra che non fosse la mia. Ma ora che so, non voglio separarmi da te, Livia. Non importa quale sia la nostra natura, non importa se siamo luce od ombra. Le tue sensazioni ed emozioni invisibili, non le ritroverei nella realtà».

Fu in quel momento che l’ombra di Alessio si unì a quella di Livia, quando il sole sorse a pieni raggi, immergendosi in una danza di luce e buio, in cui entrambe riflettevano lo stesso corpo, esplorando le molteplici sfaccettature di un mondo visibile solo a coloro che osano scrutare al di là della superficie. L’amore iniziò a tessere la sua trama tra le ombre intrecciate, in una connessione che superò il confine tra l’effimero e l’eterno, tra la realtà tangibile e la magia nascosta delle Città invisibili. Un luogo in cui solo i navigatori ricchi di fantasia giungono, proseguendo il proprio viaggio, invisibile, verso un altrove che, in fondo, non esiste.

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