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Lo zaino

Calzini, mutande, dentifricio, una maglietta e del deodorante. Il libro che stavo leggendo, “Ruggine e ossa”, un caricatore per il cellulare e qualche preservativo. Ricordo che c'era anche un involto, croci verdi stampate su carta

Calzini, mutande, dentifricio, una maglietta e del deodorante. Il libro che stavo leggendo, “Ruggine e ossa”, un caricatore per il cellulare e qualche preservativo. Ricordo che c’era anche un involto, croci verdi stampate su carta semitrasparente, e stava sul fondo dello zaino, quasi nascosto, mimetizzato, lontano alla vista come per alleviare il peso immenso della sua dannata presenza.

 

Battito accelerato. Palpitazioni. Sigarette bramate pur senza mai aver avuto il vizio. Ricerca d’appiglio mentre la tempesta infuriava ed io ero gambe e braccia agitate nel mare aperto. Gli scogli lontani e l’acqua che mi sommergeva. Gli scogli lontani, o m’aggrappo o mi schianto, sarebbe andata comunque benone. Un altro aereo ed altre ventiquattrore. La stessa storia di sempre, a che serve che racconti una volta ancora i dettagli del viaggio. Lo zaino nella cappelliera sopra la mia testa. Quanto cazzo pesava.

 

Temevo/speravo cedesse di schianto. Fusoliera squarciata e contorta, scatoletta di tonno, responsabilità disperse nell’aria come pesticida spruzzato sui campi da rosse ali d’un vecchio biplano.
Piedi sul suolo inglese. La schiena curvata dal peso e passi su passi verso il centro città. Amici fraterni, amici che non vedevo da troppo ch’erano lì, le braccia aperte e la testa protesa in avanti. Un fottuto comitato caloroso e accogliente. Poi pacche su pacche, le spalle arrossate, “andrà tutto bene, vedrai David che non sarà niente”. Respiravo pesante, affanno e tensione, il tempo che scorreva incessante. Venne la sera, due gambe stanche in direzione periferia. Un ora e trenta di viaggio, i mezzi in ritardo, ubriachi al secondo piano del bus ed eran si e no le sette. Arabi e barbe, scuri di pelle, giacconi macchiati d’intonaco e terra che avvolgeva le scarpe. Non dovevano essere ricchi quartieri ed io mi ci stavo immergendo.

 

Uno-cinque-zero-sette, m’avevi scritto. 1-5-0-7 notificato, appena il telefono s’attaccò stile sanguisuga al primo Wi-Fi senza protezione. 1507, un anno in cui, secondo Wiki, non era accaduto poi molto. Pregavo non fossimo noi a ridare senso e importanza a quella combinazione di cifre. Uno-cinque-zero-sette, m’avevi scritto. E poi anche “Dove sei?” “DOVE SEI?!” “DOVE CAZZO SEEEEI?!” ogni cinque minuti, una costante escalation. Faccine tristi e lacrime amare. Lamentele e rimproveri neanche troppo velati.

 

Entrai in quella stanza e poggiai lo zaino sul letto. Lo ricordo piegarsi verso sinistra a causa del peso. Ne tirai fuori una t-shirt, il pigiama e le altre poche cose contenute all’interno. Poi il terribile involto. Mi resi conto che stavo ansimando. Occhi piantati negli occhi. Ricordo che dissi alla ragazza dentro la stanza, con tono assai risoluto qualcosa che somigliava ad un “dobbiamo farlo, ORA, non riesco più a reggere questa fottuta attesa”. Ricordo che la ragazza mi prese la mano destra e se la mise in mezzo alle gambe, mi disse “Sta bene, è tutto ok, non c’è più bisogno di preoccuparsi”.

 

Tastai il rigonfiamento, percepii immediatamente il fruscio consolante di mille veli di carta assorbente a contatto l’uno sull’altro. Respirai profondamente. L’ossigeno dentro il mio corpo come un vento da Nord che puliva ogni cosa scacciando iracondo le scure nubi. Il nero, lo smog e la morte solo e soltanto un maledetto e lontano ricordo. Dormimmo abbracciati e vicini, un’altra alba ed era già il tempo di fare ritorno.

 

Le nascosi l’involto dentro la valigia più grande. Raggiunsi la porta di quella stanza e me ne andai
silenzioso. Poi venne l’imbarco, persone in attesa, l’aereo, di nuovo tempo di sollevamenti. Lo zaino e la
maledetta cappelliera a due metri dal suolo. Mi ci misi d’impegno, non riuscivo ad alzarlo. Lo trascinai a fatica sotto il sedile cercando di non farmi vedere dagli occhi rapaci e severi di quegli assistenti di volo.

 

Ricordo che era una fila da tre, io al finestrino ed al mio fianco una coppia di mezza età. Ricordo che dopo pochi minuti m’assopii ed al mio risveglio non c’era nessuno. M’avevan lasciato lì, solo. Come abbandonato. Diedi un’annusata furtiva alle ascelle, non era quello il problema. Poi osservai meglio per tutto l’aereo. S’eran spostati poco più avanti nella fila vuota alla destra dell’aeroplano. Dedussi che, probabilmente, stavano solo cercando di bilanciare il peso.

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