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Lingua Veneta, non chiamatela dialetto

3 minuti di lettura

17 gennaio, Giornata Nazionale del Dialetto e delle Lingue Locali. Ancora oggi si dibatte sul “dialetto veneto”. Ma il veneto è una lingua a tutti gli effetti, riconosciuta dall’Unesco con tanto di codice “ISO-vec”. È stata riconosciuta come patrimonio linguistico-culturale dalla Legge Regionale 8/2007. Ed è la lingua che parecchi di noi usano quotidianamente, a casa, al lavoro, nei luoghi pubblici, nelle conversazioni col postino piuttosto che col panettiere. E su Whatsapp, con buona pace del correttore.

VENEZIA – Proprio l’altro giorno una simpatica incaricata di Poste Italiane infila la mia via contromano. Le faccio un cenno con la mano. Abbassa il finestrino. Inizio a spiegarle la questione in italiano, dopo mezzo minuto stiamo amabilmente ciacolando in veneziano.

Perché noi Veneti siamo così. Possiamo anche conoscere quella che per gli altri è la lingua madre, ovvero l’italiano, ma di lingua madre noi ne abbiamo solo una.

Non è questione di campanilismo, autonomia, indipendenza, argomenti che non hanno motivo di essere citati in questo frangente. È la nostra cultura, la nostra storia, è la lingua dei nonni.

Sono le nostre radici. E ne andiamo fieri.

E che sia un dato di fatto lo dimostrano, oltre alla certificazione Unesco, studi accademici e non solo.

Il Veneto, come spiega per esempio l’Istituto Lingua Veneta, “è una lingua Indo-Europea, Italica, Romanza, Occidentale certificata dall’Unesco e classificata fra le lingue viventi nel catalogo Ethnologue. Viene parlata da circa otto milioni di persone, di cui circa 3 milioni e 800mila in Italia, 100mila in Croazia e Slovenia e ben 4 milioni negli altri stati del mondo come l’Argentina, il Messico o gli Stati brasiliani del Rio Grande do Sul, Santa Catarina, Paraná e Espírito Santo”.

Nel Medioevo, con l’istituzione e l’espansione della Repubblica Veneta, il veneto diventa la base della lingua franca per i commerci nel Mediterraneo. Viene parlato da comunità di mercanti in tutta la costa dalmata, in Albania, Creta, Cipro e altre isole greche.

Nel Rinascimento è una lingua diplomatica usata in tutta Europa, dall’Inghilterra, alla Russia, all’Armenia. È lingua ufficiale da Bergamo a Udine, in Istria e nei territori della Repubblica.

Con la caduta della Repubblica Veneta nel 1797, va da sé che anche la lingua perda non solo la sua importanza diplomatica ma anche il riconoscimento di lingua ufficiale, sostituita dall’italiano nelle successive entità statali.

Ma la lingua c’è, esiste e secondo un sondaggio di qualche tempo fa la maggior parte dei Veneti vorrebbe fosse insegnata anche a scuola come accade in Trentino, dove da vent’anni si insegna il ladino.

“Sulla lingua veneta c’è un’ignoranza enorme, ma comprendo anche come sia difficile il contrario: non si studia nulla a scuola né sulla storia né sulla lingua. Ciò conferma anche l’importanza di trattare l’argomento con serietà, proprio perché è patrimonio culturale di tutto il Popolo Veneto – spiega l’Assessore all’Istruzione del Comune di Treviso Silvia Nizzetto. – Intanto è fondamentale ribadire come proprio l’Unesco, nell’Atlante Mondiale delle Lingue, censisca la Lingua Veneta con il codice di riconoscimento internazionale ISO 639-3 vec. Nelle scuole del Trentino da 20 anni si insegna il ladino, riconosciuto come lingua dal lontano 1999, parlato da 35mila persone che sono meno degli abitanti complessivi di Treviso. Per il Veneto, esiste un’Accademia della Lingua Veneta, esistono studi universitari, una grafia ufficiale del veneto moderno, quindi è codificato. Ci sono materiali didattici e iniziative per l’insegnamento. A Treviso, all’interno dei progetti per le scuole, abbiamo un corso dedicato alla scrittura creativa in lingua veneta, la ritengo una peculiarità fondamentale. Abbiamo tutte le carte in regola per affermare che sia una lingua prestigiosa e sia doveroso coltivarla perché è un patrimonio importantissimo del territorio”.

“Infine – conclude l’assessore – voglio sottolineare come ancora oggi il 62% dei Veneti durante la giornata parli in veneto al lavoro, a casa e nei luoghi pubblici. Studi dimostrano come sia uno straordinario strumento d’integrazione in ambito lavorativo anche per quanti vengono da fuori Italia”.

“Per i veneti il dialetto non è solo una lingua ma è una parte fondamentale del vivere quotidiano, della nostra storia e delle nostre tradizioni. In Veneto sette persone su dieci parlano veneto, un dato che non può essere interpretato come mera statistica ma che rappresenta invece un sentimento e un attaccamento verso la lingua madre, quella che viene dal cuore. Quella che riflette il modo stesso di pensare e di vedere il mondo. Ecco perché l’affermazione e la tutela della nostra identità non possono prescindere dalla difesa e dalla valorizzazione della nostra lingua”, commenta il Presidente della Regione Veneto Luca Zaia.

“Nel marzo 1988 il Consiglio d’Europa ha affermato come ‘il diritto delle popolazioni ad esprimersi nelle loro lingue regionali o minoritarie nell’ambito della loro vita privata e sociale costituisce un diritto imprescrittibile’ – prosegue Zaia – È quindi legittimo dare il giusto rilievo a quello che viene impropriamente definito ‘dialetto’ e che in realtà è una vera e propria lingua, nella quale è racchiuso il nostro patrimonio genetico e identitario. Una lingua viva, fatta di tante parlate locali, alla quale nel nostro territorio si aggiungono anche altre importanti realtà, come ad esempio il ladino, il cimbro, le parlate del friulano e del ferrarese, che consideriamo preziose risorse culturali, che vogliamo siano conservate a valorizzate anche in futuro”.

“Gli Stati più avanzati e rispettosi dei diritti delle minoranze hanno capito che quando un popolo è cosciente della propria identità è più disponibile alla comprensione delle culture altrui: la lingua veneta e la sua tutela non sono un vezzo identitario, ma sono un modo per raccontare agli altri chi siamo e per portare questa nostra ricchezza al mondo”, conclude il presidente della Regione Veneto.

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