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L’importanza di essere inutili

4 minuti di lettura

I saggi ci ricordano che la vita autentica nasce dalla capacità di distinguere l’essenziale dall’effimero

ITALIA – La vera libertà non consiste nell’inseguire tutto, ma nel saper ridurre e scegliere, lasciando cadere ciò che non serve per concentrarsi su ciò che davvero conta. Abbandonare dunque le cose inutili per scegliere quelle essenziali.

Ma le cose essenziali, fondamentali per vivere nessuno ci elenca quali siano. In verità nella nostra esistenza dedichiamo molto più tempo alle cose “inutili” che a quelle considerate essenziali. Diversi anni fa uno psichiatra svizzero sosteneva che la salute mentale, vissuta o riacquistata, si basava su due aspetti: un luogo dove abitare e un lavoro. Bastava questo. Tutto il resto rappresentava, secondo questo psichiatra, un arricchimento della persona e il raggiungimento di una condizione di benessere, che è molto più della salute.

Eppure, osservando il panorama giovanile attuale, sembra che a molti non manchi solo la capacità di orientarsi tra essenziale e superfluo, ma persino l’aggancio al livello minimo della vita adulta: lo studio, il lavoro, la formazione. Non è questione di distrazioni o frivolezze: il fenomeno dei cosiddetti NEET mostra qualcosa di più profondo e inquietante.

L’acronimo NEET indica i giovani, tra 16 e 29 anni, che non studiano, non lavorano e non seguono percorsi di formazione (not in education, employment or training). Si tratta di una categoria che solo da pochi anni riceve attenzione sistematica da parte delle istituzioni e della ricerca sociale. I dati sono impressionanti: a livello mondiale la percentuale varia dall’8% al 40%, mentre in Italia supera il 20% della popolazione giovanile. Non parliamo dunque di una minoranza marginale, ma di un segmento consistente, con ricadute importanti sul piano economico, sociale e culturale.

Dalla mia esperienza clinica e di contatto diretto con diverse situazioni, noto un tratto ricorrente: la resistenza passiva. Questi giovani sembrano incapaci – o forse non disposti – ad attivarsi. Non rispondono né agli stimoli né alle sollecitazioni educative, lasciando i familiari oscillare tra l’indignazione e lo sconforto.

La reazione tipica delle famiglie, dopo tentativi vani e ripetuti, è quella di arrendersi. Non si tratta più di bambini da educare, ma di giovani adulti che non accettano richiami, ammonimenti o progetti imposti dall’esterno. Intanto, però, il tempo scorre, e la loro posizione di immobilità finisce col gravare su chi deve sostenerli economicamente ed emotivamente.

Al di là dei NEET “ufficiali”, esiste una fascia più sfumata ma ugualmente problematica. Sono giovani che formalmente hanno un lavoro o frequentano un corso di studi, ma lo fanno con scarso impegno, senza diligenza né solerzia. Talvolta si dedicano a imprese ideali, talvolta a progetti paralleli che appaiono più come vie di fuga che come autentiche costruzioni di futuro.

Altri ancora che, seppure lavorando, si mostrano demotivati e insoddisfatti. Quando possono trovano ogni possibile scusa per non lavorare, e, con furbizia, approfittano di ogni possibile strumento burocratico per assentarsi dal lavoro.

Un tempo avremmo chiamato il fenomeno NEET, come parassitismo sociale, mutuando un termine che ci deriva dalla biologia. Il tratto comune a tutti questi individui è la mancanza di motivazione e responsabilità: una partecipazione a metà, dove il gesto esterno (studiare, lavorare) non corrisponde a un coinvolgimento reale.

Troppo semplice considerarli “malati”. E comunque spesso non c’è cura. Alcuni psicologi sostengono che il fenomeno è da attribuire a una sorta di meccanismi difensivi o aggressivi. Un modo cioè, da un lato di resistere alla società dei consumi e del profitto, dall’altro una rabbia nascosta e anche palesata in forma di ideologia per ribellarsi al mondo degli adulti, noioso, povero di stimoli, e soprattutto oppressivo.

Leggere il fenomeno solo in chiave economica o sociale sarebbe riduttivo. Alla radice, la questione è esistenziale: perché impegnarsi? Per cosa vale la pena faticare? Molti giovani percepiscono la società come incapace di offrire un orizzonte di senso.

Il lavoro appare precario o poco gratificante, lo studio lontano dalla vita reale, la prospettiva adulta più minacciosa che desiderabile. In questo vuoto di significati, la passività diventa una forma di difesa, forse persino una protesta silenziosa contro un mondo che non convince.

E allora, come leggere l’invito dei saggi a cercare l’essenziale? Forse oggi l’essenziale non si riduce solo a studiare o lavorare, ma a riscoprire ciò che dà significato, ciò che accende la motivazione profonda.

Paradossalmente, anche ciò che sembra “inutile” – la passione artistica, la ricerca personale, il tempo dedicato a coltivare interessi non immediatamente produttivi – può diventare generativo, se riesce a connettere il giovane con la propria interiorità e con la vita.

L’educazione, allora, non dovrebbe contrapporre utilità e inutilità, ma aiutare a integrare entrambe: a insegnare la disciplina dello studio e del lavoro, senza soffocare il bisogno di libertà, creatività e ricerca di senso.

Il fenomeno NEET ci interroga come società: non basta chiedere ai giovani di inserirsi, bisogna offrire loro un orizzonte nel quale desiderino inserirsi. L’essenziale non è solo “fare qualcosa”, ma trovare una ragione per cui farlo.

Tutto questo è giusto e va realizzato. Ma un approccio diverso ci permette di cogliere nel fenomeno NEET aspetti narcisistici. L’individuo basta a se stesso. Paradossalmente il bisogno di solitudine e di inerzia diventa uno stile di vita che dà al soggetto quella importanza che non ritrova nel mondo reale.

Le cose inutili che facciamo e che abbiamo fatto nella nostra vita superano quelle che potremmo considerare utili e necessarie per vivere. E sono proprio queste cose inutili quelle che ricordiamo con piacere e ci danno una certa intima soddisfazione.

Abbandonarci con misura alla inutilità, bilancia un iperattivismo cui siamo sempre più esposti. È paradossale che con una vita diventata più lunga rispetto a prima e che ci porterebbe a viverla più lentamente, dobbiamo invece occuparla con una intensità e velocità che sarebbe più appropriata ad una vita più breve.

Quando qualcuno ci farà capire o ci dirà che nessuno è insostituibile, riusciremo di più ad apprezzare quanto sia importante essere inutili.

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