L’identità di un popolo, quello di Israele, oggi viene messa alla prova. Miliardi di persone vivono e sono vissute senza mai sentire di appartenere a un popolo. Per l’individuo comune, l’identità è spesso priva di un senso di appartenenza profondo; persino la famiglia in cui si nasce non viene percepita come un’entità “speciale”.
Ma se esiste un popolo che si sente tale, unico e diverso, questo è il popolo degli ebrei. Presenti in ogni angolo del mondo, integrati nelle nazioni in cui vivono da generazioni, gli ebrei conservano una fortissima identità. Non è solo una questione religiosa — sebbene la fede sia un collante identitario per gran parte dell’umanità — ma una sintesi singolare di cultura e spirito.
Si parla spesso di “sangue comune”, un concetto che li rende speciali nella percezione collettiva, anche se il sangue che scorre nelle vene di ogni mortale ha le stesse caratteristiche biologiche e chimiche. Qui non parliamo di razza, legata a tratti morfologici, né di mera etnia. L’essere ebrei è qualcosa di più profondo e difficile da definire, radicato in terre che fin dai secoli remoti erano frammentate geograficamente e politicamente — si pensi alla Samaria, con un culto e un tempio distinti da quelli di Gerusalemme.
Storicamente senza patria, questo popolo è rimasto per millenni alla ricerca di una terra promessa da un ente metafisico, per definizione irraggiungibile, ma un sicuro miraggio da conquistare e difendere con ogni mezzo.
Sigmund Freud, nel suo celebre saggio del 1939, cercò di indagare questa radice. Pur essendo convintamente ateo e critico verso la religione, che considerava un tradimento del messaggio originario di Mosè, Freud non abbandonò mai il suo popolo. Non si sentiva “Jude” nel senso confessionale, si considerava un suddito fedele dell’Impero Austriaco (per il quale sacrificò un figlio nella Grande Guerra), eppure seppe riconoscere l’ingiustizia della condanna razziale.
Lo stesso legame indissolubile lo ritroviamo in Edith Stein: già convertita al cattolicesimo e suora carmelitana, mentre veniva prelevata dalla Gestapo per finire i suoi giorni ad Auschwitz, pronunciò parole definitive: “Vado col mio popolo”.
Questa identità d’acciaio ha generato nel mondo una naturale compassione ed empatia, specialmente dopo il più grande genocidio della storia moderna. Tuttavia, la cronaca recente ci pone di fronte a un bivio etico doloroso. Le notizie che giungono da Gerusalemme — manifestazioni della destra israeliana che inneggiano alla morte, devastano negozi arabi e aggrediscono civili — insieme alle denunce di stupri e violenze subite dai detenuti nelle prigioni, scuotono le coscienze.
Questo volto dell’intolleranza non è quello di Edith Stein, né quello di Freud o dei grandi pensatori che hanno reso l’ebraismo un pilastro della nostra civiltà. Oggi, per la prima volta in modo così acuto, il popolo ebraico rischia di non essere più oggetto di simpatia, ma di un odio alimentato da fatti che non possono essere ignorati.
Muovere una critica a questi episodi non significa cedere all’antisemitismo o all’antisionismo: tutti abbiamo diritto a una patria e nessuno deve essere offeso per ciò che è.
Se la risposta militare agli orrori dell’8 ottobre è giustificata dalla necessità di difesa, l’odio razziale verso i civili inermi e i dissidenti non può trovare alcuna giustificazione. Esso attira la giusta riprovazione di tutti, compresi coloro che hanno sempre combattuto il pregiudizio antiebraico.
Israele si trova oggi davanti allo specchio della sua stessa “elezione”. Riprendendo il monito di Primo Levi, diciamo anche noi: “Prega Israele”. Prega e mostrati per ciò che sei realmente: non un oppressore che ricalca le orme dei propri aguzzini, ma il popolo amato da Dio, capace sempre di ritrovare la propria statura morale proprio perché radicata nella sua speciale identità.
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