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“Lì troverete una Renault 4 rossa”: alla Camera dei Deputati il ricordo di Aldo Moro

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L’affaire Moro negli scatti di Gianni Giansanti. Dal 9 al 13 maggio 2022 la Camera dei Deputati apre le porte al pubblico che potrà ammirare presso le sale di Palazzo Valdina la mostra in ricordo di Aldo Moro (Maglie, 23 settembre 1916-Roma, 9 maggio 1978), politico, giurista e accademico italiano.

L’esposizione, promossa da ICAS Intergruppo Parlamentare Cultura Arte e Sport, in collaborazione con Andrea e Greta Giansanti, Radio Radicale e Fondazione Leonardo Sciascia, organizzata da Civita Mostre e Musei con il supporto allestitivo della Fondazione Ludovico degli Uberti e il supporto logistico di Articolarte, intende commemorare la figura di Aldo Moro e degli agenti della sua scorta: Domenico Ricci, Oreste Leonardi, Raffaele Jozzino, Giulio Rivera, Francesco Zizzi.

L’apertura della mostra coincide con il giorno in cui, nel 1978, il corpo di Moro fu ritrovato all’interno della famosa Renault 4 rossa, in via Caetani a Roma, assassinato dopo 55 giorni di rapimento da parte delle Brigate Rosse: il tragico evento fu immortalato nei celebri scatti di Gianni Giansanti (Roma, 1956-Roma, 18 marzo 2009), tra i più apprezzati fotogiornalisti sulla scena internazionale.

Saranno esposte nella Sala del Cenacolo di Palazzo Valdina 20 fotografie di Giansanti, che gli valsero la menzione d’onore al World Press Photo di quell’anno.

Le immagini saranno accompagnate da testi estratti dall’intervista di Laura Leonelli al grande fotografo, pubblicata sul Sole24Ore l’1 marzo 2008.

Io abitavo a Monte Mario e tutte le mattine in moto passavo da via Fani per arrivare in ufficio. Come al solito alle 8.30, io e Osvaldo Restali, maestro e socio, leggevamo i giornali e ascoltavamo la radio sintonizzata sulle onde corte della polizia. Illegale, ma di routine. A un certo punto sentiamo la voce trafelata di un agente e le parole confuse “sequestro di persona, via Fani”. Prendo la moto, la strada la conosco a memoria, arrivo sul posto insieme alla prima ambulanza. Saranno state le dieci meno un quarto, tutto era appena successo, un’apocalisse. Ma intorno non c’era ancora molta polizia e non c’erano neppure i lenzuoli sui corpi degli agenti uccisi. Il nome di Moro, invece, quello era già nell’aria, “hanno rapito Moro”, e inquadro la sua borsa per terra e la fascetta dei giornali sul sedile di dietro, l’unico a non essere macchiato di sangue. Poi ad un tratto, vedo una donna accompagnata da un poliziotto e un sacerdote. La fotografo vicino alla macchina della scorta e la sento mormorare, “poveri ragazzi, poveri ragazzi“.

“Solo dopo ho saputo che era moglie di Moro, perché di lei, come di tutta la famiglia non si sapeva quasi nulla. Scatto ancora e poi fuggo a sviluppare i rulli. Inizia la corsa per la vendita e anche quel giorno avevo delle fotografie che non aveva nessun altro”.

A un certo punto vedo uscire dal portone di Piazza del Gesù due, tre poliziotti in borghese che salgono su una macchina, sgommano e si dirigono a tutta velocità verso Largo Argentina. Li seguo in moto, Corso Vittorio, la pattuglia inchioda, rigira, torna in Largo Argentina, quindi Botteghe Oscure. E lì si ferma. Arrivano i celerini che bloccano via Michelangelo Caetani. Cordone, non si passa. Ma mi accorgo che l’altro ingresso della strada non è stato ancora sbarrato. Riprendo la moto, arrivo appena in tempo, pochi metri correndo e mi infilo nel primo portone aperto che trovo. Salgo al primo piano. Nella finestra accanto c’è un altro collega Rolando Fava, dell’Ansa, quindi Maurizio Piccirilli, e un operatore di GBR. La strada comincia a riempirsi di agenti, confusione, brusìo, ma l’epicentro lo si intuisce subito, è una Renault 4 rossa. La voce è che abbiano trovato un barbone, morto abbandonato. Inizio a scattare e sono foto a colori“.

Un questurino si avvicina alla macchina e apre lo sportello laterale. Ma in quell’istante vedo arrivare Cossiga, allora ministro degli Interni, di nuovo scatto, poi la folla degli agenti si avvicina alla Renault e un poliziotto si gira e si mette una mano sulla faccia, disperato. Contemporaneamente, dalla televisione accesa nell’appartamento in cui mi trovavo, si sente un annuncio: “Ci arriva in questo istante la notizia che il corpo dell’onorevole Moro è stato ritrovato in via Caetani”. E io stavo là e allora era lui nella macchina. Dalla strada mi vede un poliziotto che mi punta la pistola e mi ordina di scendere e consegnargli i rulli. Mi ritiro dalla finestra e seguo la scena dal riflesso sul vetro. Con me ho una sola macchina e tre obiettivi, un 35, un 50 e soprattutto un 200. Sono l’unico ad averlo. Ma a quel punto a cacciarmi è il padrone di casa, spaventato. Esco e salgo sul tetto del palazzo. Dall’alto vedo l’arrivo degli artificieri. Si teme che i brigatisti abbiano minato la macchina. Mi sporgo, ma è troppo pericoloso. Scendo di corsa e nella confusione assoluta rientro nella casa di prima e il proprietario neanche se ne accorge. Metto il 200 ed è come essere a pochi centimetri dalla scena. Gli artificieri squarciano il portellone, scatto, lo aprono. Tolgo il rullo a colori e lo nascondo negli slip. Rimetto il bianco e nero”.

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