Ma non tutti i numeri sono uguali. È una frase che Steven Petrow, celebre firma del Washington Post, ripeteva spesso quando si trovava a riflettere sui temi della vecchiaia e del tempo che passa.
Oggi, di fronte a una longevità diffusa a cui dobbiamo abituarci — volenti o nolenti —, la questione centrale diventa un’altra: cosa vogliamo lasciare di noi, e a chi desideriamo affidare il nostro ricordo.
Come si soddisfa, dunque, questo sottile “narcisismo della senilità”? Ma soprattutto: ha davvero senso alimentarlo? Può essere d’aiuto o di conforto anche solo per un individuo al mondo, un’unica persona sperduta in mezzo a miliardi di esseri umani?
La risposta, forse, si nasconde attorno a noi. Gli oggetti sono la risorsa più preziosa che abbiamo: le cose che possediamo, quelle che doniamo. Più ancora delle parole, gli oggetti — anche i più banali, belli o brutti che siano — conservano la memoria intatta di chi li ha creati, di chi ce li ha regalati, di chi li ha custoditi con cura. Nelle cose che ci circondano si celano mille storie pronte ad affiorare per chi sa ascoltarle. Il racconto che ci trasmettono può rivelarsi infinito, persino quando di esse non restano che pochi, polverosi frammenti.
Ogni elemento della nostra quotidianità possiede così un profondo valore “archeologico”: ci rimanda inevitabilmente alla narrazione del proprio passato. È attraverso questa stratificazione che un oggetto riscatta la sua banalità e acquista valore, trasformandosi in un bene culturale immateriale, non diverso da quelli che anno dopo anno vengono tutelati dall’Unesco.
È proprio qui che risiede la differenza. I numeri della nostra vita non servono a compilare una fredda e algebrica contabilità, ma a definire quell’identità irripetibile che rende unico ogni singolo percorso.
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