Un invito a riscoprire il valore della solitudine come esercizio di libertà interiore, tra riflessione, arte e natura, per ritrovare se stessi oltre il rumore della socialità
ITALIA – C’è una qualità del vivere che troppo spesso dimentichiamo. Sin dalla nascita siamo immersi nel mondo della socialità. Ci accolgono volti sorridenti, voci gentili, attenzioni inimmaginabili per un mondo nel quale ci affacciamo e troviamo già così affollato.
La scuola ci abitua a stare in gruppo, ad accettare la gruppalità come una necessità biologica. L’educazione si realizza attraverso questo principio fondante dell’apprendimento. Si apprende insieme ad altri.
Le prove che dobbiamo superare ci vedono spettatori e attori, sempre assieme ad altri. Nulla facciamo se non con altri, anche il gioco che diventa una forma importante di apprendimento ci insegna a darci e rispettare delle regole, perché ciò che è nostro deve essere condiviso.
Il “è mio” del bambino viene ripreso come atto di egoismo e di possesso. Gli adulti ci riportano costantemente al noi e al nostro. È vero, esistiamo in funzione degli altri. “Je est un autre” è la frase del poeta Arthur Rimbaud che, secondo l’interpretazione dello psicoanalista Jacques Lacan, starebbe a significare la necessità dell’altro per esistere. “Io è un altro”.
Non c’è individuo nella sua singolarità senza l’esperienza che l’altro ha di lui. Lo sguardo degli altri ci osserva e ci giudica, e noi ci percepiamo come l’altro ci vede e ci percepisce. Siamo di fronte a uno specchio riflettente di cui non possiamo fare a meno.
Tuttavia dobbiamo imparare ad apprezzare la solitudine. L’altro non è con noi, semmai ci ostacola in questo bisogno di tornare ad essere “io”.
Lo stesso Rimbaud, nel suo capolavoro poetico Il battello ubriaco, grida di non poterne più in questa navigazione circondato da onde minacciose di orrore e dolore.
Ecco che la solitudine ci viene di aiuto. Isolarci per vivere vuol dire condurci ad un porto sicuro, fermi al sicuro in acque tranquille.
Quando nella solitudine del sonno riposante, nella lettura e nell’ascolto della natura e dell’arte, dell’andare senza meta, del raccoglimento in preghiera, troviamo noi stessi, senza altri, proviamo il piacere del non più dover essere e dover fare.
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