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Leo Gullotta a Treviso

6 minuti di lettura


nell’ultimo incontro di Cinema e Letteratura

Nell’ambito degli incontri di Cinema e Letteratura ieri Treviso ha ospitato presso l’Auditorium di Santa Caterina alle ore 18,30 l’attore e doppiatore Leo Gullotta in un incontro ricco di emozioni.

Questo festival, promosso dall’Associazione Culturale Is Art, si svolge solitamente presso in Piazzetta Mario Botter o a Palazzo Giacomelli. Le serate prevedono presentazioni di libri, proiezioni e dialoghi con attori e registi. Tra gli ultimi ospiti illustri si annoverano personaggi del calibro di Chiara Francini, Marco Bellocchio e il critico Mario Sesti.

Oltre agli eventi culturali, Treviso infatti vanta una storia ricca di richiami cinematografici. Tra i film più celebri girati in città figura il capolavoro del regista Pietro Germi Signore & Signori (1966), vincitore della Palma d’Oro a Cannes e ambientato tra le vie del centro storico e Piazza dei Signori. Più recentemente, la città ha fatto da sfondo alla commedia Come fratelli (2025/2026) di Antonio Padovan.

Entrando in merito all’incontro di ieri, Leo Gullotta è intervenuto per presentare anche il suo libro La serietà del comico, scritto in occasione dei suoi 60 anni di carriera. L’attore in esso racconta ad Andrea Ciaffaroni il proprio intenso percorso di vita, costellato da ruoli diversissimi, dalla commedia al drammatico, dal teatro al cinema, dal cabaret al varietà televisivo, alla radio e alle fiction, senza citare una lunghissima e apprezzatissima carriera da doppiatore.

La testimonianza di Leo Gullotta comincia dagli esordi nel teatro di Catania al fianco di Turi Ferro, Salvo Randone e Ave Ninchi, per poi spostarsi a Roma, dove debutta nel cabaret e muove i primi passi come doppiatore e nel mondo del cinema. Tanti i nomi che incontra lungo il suo cammino: Nanni Loy, Nino Manfredi, Giuseppe Tornatore, senza dimenticare la felice esperienza del Bagaglino.

Sono pagine che parlano di una vita sul palcoscenico e sullo schermo, grande o piccolo che sia, ma parlano anche dell’uomo dietro l’attore: una persona guidata sempre dalla curiosità, cosa che ha contribuito a fare di Leo Gullotta uno degli ultimi veri attori del nostro mondo dello spettacolo. Il volume inoltre è corredato di un sedicesimo di foto rare e inedite.

L’attore nell’Auditorium di Santa Caterina è stato intervistato Luca Dal Molin, che è un curatore e operatore culturale veneto, noto per essere l’ideatore e direttore di importanti format che legano il mondo dello spettacolo alla scrittura, come la rassegna di documentari “Isola Vicentina in Doc”.

L’impresa è stata ardua, innanzi tutto perché Leo Gullotta è rimasto incantato da tanta bellezza del luogo in cui era ospitato, che pur avendo frequentato Treviso in altre occasioni professionale, non aveva ancora visitato.

Inoltre è rimasto piacevolmente sorpreso dell’accoglienza del pubblico trevigiano, che non smetteva più di applaudire al suo ingresso in sala. A questo punto Luca Dal Molin ha introdotto la conversazione facendo vedere una scena del film di Nanni Loi Café Express con NinoManfredi, in cui interpreta uno delle persone incontrate da un venditore abusivo di caffè nel treno.

Ma questo è stato solo una delle sue collaborazioni eccellenti che provenivano dal mondo del teatro, e che hanno trovato la celebrità anche poi nel cinema e nella televisione di alta qualità che ha contribuito nei suoi primi anni all’alfabetizzazione degli Italiani con programmi come Non è mai troppo tardi, e alla conoscenza della letteratura con i romanzi sceneggiati. Il pubblico riconosceva questa qualità e li premiava con ascolti da record, dati anche dall’esistenza del canale unico.

Leo Gullotta ha poi continuato la conversazione spiegando che il mestiere di attore non è un passatempo, che è necessario studiare e che nulla è lasciato alla casualità.

Anche le sue origini familiari, il padre pasticcere, sei figli di cui lui era l’ultimo; la madre più giovane di vent’anni del padre; l’importanza che nella sua famiglia è stata data all’istruzione, sono state fondamentali per la sua crescita morale ed intelletuale.

Il padre gli ha insegnato che è importante essere una persona per bene e nel momento più importante della sua vita, quando doveva scegliere se dedicare la sua vita alla carriera di attore, gli ha dato una risposta che lo ha responsabilizzato, dicendogli che lui avrebbe potuto dirgli come la pensava, ma questo lo avrebbe potuto influenzare tanto da farlo trovare a 50 anni in un lavoro che magari non lo avrebbe soddisfatto. E proprio per questo Leo Gullotta ci ha confidato che il suo desiderio più grande sarebbe quello di poter rivedere suo padre anche solo per un minuto per chiedergli se è orgoglioso di lui.

L’intervista poi è continuata focalizzandosi sulla sua formazione dai 14 ai 22 al Teatro di Catania, dove aveva già modo di incontrare i grandi attori di quell’epoca, ma una sola ha creduto in lui al punto tale da invitarlo a Roma, a casa sua per sei mesi, per dargli le possibilità che spettavano al suo talento.

Questa attrice era Ave Ninchi, che lo ha trattato come uno di famiglia; ma lui si era affezionato particolarmente alla madre di Ave,la signora Fernanda, che quando lui decise di togliere il disturbo per andare a vivere in una pensione (in cui resto per 10 anni) lei gli donò un plaid che ancora conserva.

Tutte le frequentazioni professionali che aveva avuto a Catania gli avevano fatto capire come fare la professione di attore, ma che la cosa più importante è quella di rispettare il pubblico e non tradirlo, dando il massimo nelle proprie interpretazioni, acquisendo il linguaggio del palcoscenico, sapendo muoversi davanti alla macchina da presa, usando in modo adeguato il microfono del doppiatore.

Luca Dal Molin ha poi citato alcuni titoli di film, che lo hanno reso famoso, come “Il camorrista”di Giuseppe Tornatore, di cui Leo Gullotta ha tessuto le lodi per il talento di saper narrare in modo originale ed emozionante le storie che racconta con la macchina da presa. In questo caso il suo personaggio è stato particolarmente riuscito perché ha usato il metodo del buon attore: per fare un personaggio bisogna leggere bene il copione, contestualizzarlo nella storia in cui è inserito; ma bisogna porre attenzione anche su come è vestito, come agisce. E poi il buon lavoro viene anche ripagato con premi importanti, come è successo a lui, come i David di Donatello, i Nastri d’Argento, il Ciack d’oro e il Globo d’oro e molti altri.

Ma al di là di questi successi lui ha voluto ricordare anche i momenti bui, quando non c’era lavoro e viveva di biscotti e cappuccino freddo. Ma lui ha ribadito che questo non lo ha scoraggiato perché l’importante è crederci, non tradire se stesso abbandonando i propri sogni. Perché amare ciò che si fa rende meno pesanti le battaglie della vita.

Grande saggezza e grande umanità che Leo Gullotta ha dimostrato anche nel rispondere alle numerose domande del pubblico al quale lui ha voluto avvicinarsi con il microfono, quasi come una velina, ma in realtà per intessere una relazione con le persone che fino a quel momento l’avevano ascoltato attentamente.

La prima domanda ha riguardato la sua esperienza al Bagaglino, dove per ben 14 anni ha interpretato la signora Leonida, un personaggio molto amato dal pubblico. Un’altra domanda ha riguardato il ruolo più difficile che si è trovato ad interpretare. E qui, sorprendendo tutti, ha citato un documentario, intitolato Vecchio, di Marco Coppola, un corto in cui lui interpreta una persona anziana ricoverata in una RSA, che racconta la sua solitudine. Un ruolo senz’altro difficile per lui, che pur avendo compiuto gli ottant’anni ha lo spirito di un ragazzino.

Altre domande son seguite , su come iniziare per bene la carriera d’attore, attraverso la frequentazione di accademie accreditate, come quella di Silvia d’Amico a Roma o il Centro sperimentale di Cinematografia a Roma, nonché il Piccolo di Milano; oppure su quale ruolo gli sarebbe piaciuto interpretare. E lui ha risposto quello di Dustin Hoffman nel fil “Il maratoneta”.

La domanda su quale ruolo preferisce, quello di attore teatrale o cinematografico, gli ha dato l’opportunità di ribadire quanto sia importante frequentare cinema e teatri per fruire in modo corretto di queste produzioni. Infine un accenno è stato fatto al suo ruolo di doppiatore ed in particolare di Woody Allen, in cui ha spiegato che è importante conoscere bene ’aspetto tecnico del doppiaggio e seguire pedissequamente le pause e le intenzioni dell’attore straniero a cui si dà la voce.

L’incontro si è concluso con un applauso caloroso e con il firma copie, ma il pubblico presente è uscito da questa intervista ad un attore eccellente con tanta umanità e saggezza che lui ha saputo trasferire con gentilezza e rispetto, non come un maestro di vita, ma come una persona che nella sua vita ha cercato di fare del suo meglio ed ora ne sta ancora raccogliendo i frutti. Chapeau, mister Gullotta!

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