Rosso d'Inverno

Leggermente calvo, diciamo calvino

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Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!

Molti decenni fa, ero pieno di capelli: lisci e nerissimi.
Li avevo ereditati da mia madre; la definirei una donazione, dato che non ero orfano, e fino ai venticinque anni sono rimasti così.
Non ne ho mai avuto particolare cura ma ogni tanto mi piaceva poterli pettinare donando loro le forme più fantasiose: qualche colpo di phon e la piega era fatta, di solito, imitando qualcuno che infilasse volontariamente le dita nella presa elettrica.
Sui miei capelli però non ho mai avuto grande potere.
Da bambino non ero mai io che decidevo cosa farne.
Mi piaceva lasciarli crescere fino a quando il ciuffo non mi copriva gli occhi e potevo quasi mangiarmelo. Con quel ciuffo mangereccio e un po’ asimmetrico, avevo un aspetto da bambino birbante, come effettivamente ero.
Purtroppo, dato che non ci si può nascondere all’infinito e le mie marachelle venivano scoperte rapidamente, ci pensava mio padre a rimettere tutto a posto.
Lui sapeva fare tutto: certo, era specializzato negli scapaccioni, che meritavo, ma se la cavava anche a tagliare i capelli, solo che usava una specie di pettine dotato di lama che, più che tagliare, strappava. In bagno, coprendo il pavimento con un telo di plastica, graffiava la mia testa per accorciare le chiome e rifiniva il lavoro disegnando una frangetta alta che rendeva il mio viso tondo come quello di Thomas, il treno dei cartoni animati. Avevo perso il ciuffo per guadagnare un ciuf ciuf.
Essendo un uomo molto razionale e poco creativo, il babbo si era ispirato a Giotto e alle chieriche dei monaci. Tagli facili, o meglio, strappi facili: tanto i monaci sono abituati alle penitenze e mia madre mi aveva sempre detto che ero da rinchiudere in un collegio o da mandare dai preti.
Erano in combutta quei due, lo so.

Quando iniziai ad avere un minimo di senso dell’esistere, andava di moda usare il gel per pettinarsi. Certo, con l’acconciatura da frate non serviva, ma negli intermezzi in cui mio padre non si era accorto delle mie marachelle e la mia chioma cresceva, avevo iniziato a usare quella sostanza appiccicosa. Mi impastavo le mani con troppo prodotto e poi lo deponevo sui capelli. Adoperavo anche il pettine, che a sua volta rimaneva pregno di gel che poi vi restava incollato sopra. Insomma, sperimentavo come reagivano i capelli e le tecniche per non peggiorare il mio aspetto già abbastanza scomposto. Sulle prime, rimanevano umidi, ma poi solidificavano. Avevo quindi la testa irrigidita, sperando che questo non avesse influenza sui pensieri.
Con quella testa solida, andavo a scuola ma spesso il mio impegno da novello coiffeur durava poco. Se era inverno, mi serviva un copricapo per evitare che la brina si depositasse sulla testa e, indossando un cappello, inevitabilmente il mio lavoro andava a farsi benedire. Una volta rimosso il cappello o berretto che fosse, la forma non c’era più ma era somigliante, piuttosto, a quella di una automobile col cofano schiacciato da un carro armato. Avevo ammaccato consapevolmente la mia acconciatura solo perché mia madre mi diceva di coprirmi.
In più, avendo perso la piega, i capelli si erano intrecciati e la sostanza appiccicosa solidificata li aveva seccati.
In condizioni normali, non potevo grattarmi la testa per non scomporre la piega. In condizioni di disastro totale a seguito dell’uso di un berretto, dovevo disfare quell’obbrobrio secco e l’unico modo era agire sulle ciocche.
Con le mani le sfaldavo e i capelli, con un po’ di pazienza, tornavano allo stato iniziale, dopo aver prodotto dei residui di gel semisolidi di cui potevo fare palline per giocarci in seguito.
A volte, il lavoro mi veniva semplificato perché, proprio nel giorno in cui incautamente decidevo di usare il gel, c’era la lezione di educazione fisica.
Alla fine della lezione, di solito, venivamo premiati e giocavamo un po’ a pallavolo o a palla prigioniera. Che fosse l’una o l’altra attività, immancabilmente, una palla mi giungeva sempre sul capo mandando a ramengo il mio lavoro di acconciatura col gel.

E mi sono sempre domandato come facesse Andrea Lucchetta, il famoso pallavolista, a mantenere integra la sua capigliatura scoscesa. Sicuramente non usava berretti ma adoperava nuovi ritrovati chimici derivati dal cemento, non mi sono dato altre spiegazioni.
Approfondendo il materiale, avevo scoperto che il gel si poteva mescolare con l’acqua ma diventava ancora più viscido e ingovernabile. Il pettine mi sfuggiva dalle mani, come se fosse stato immerso per una settimana nell’olio, e qualsiasi mia intenzione produceva l’effetto opposto. Per non parlare dello stato indecoroso in cui lasciavo il bagno, sede di quegli esperimenti. Ogni cosa toccassi riferiva una testimonianza veritiera della mia incapacità di pettinarmi. C’erano residui appiccicosi ovunque: probabilmente, se qualcuno fosse entrato dopo di me e si fosse accomodato sulla tazza, vi sarebbe rimasto incollato.

Avevo anche progettato un “ingellatore automatico”, un dispositivo costituito da un contenitore di gel in posizione elevata e un tubo collegato a un pettine cavo con dei fori sui denti. Premendo un tasto manuale, una specie di pompa, il gel veniva espulso fuoriuscendo dai denti ma, a quel punto, era necessario governare la pressione con una mano e il pettine con l’altra. Tutto questo con quell’unico neurone di cui noi uomini siamo dotati: impossibile!

Dopo qualche anno e aver capito che il gel mi faceva solo perdere tempo o assomigliare a un’auto da sfasciacarrozze, lasciai perdere.
Chi se ne frega della piega. Adesso avevo l’armadietto del bagno pieno di tubetti di gel di varie marche e di varie consistenze, pure quello per i capelli ricci, che io non avevo, ma che mi piaceva solo per l’odore.

Adoravo il profumo dei gel, erano così chimici che mi inebriavano e talvolta annusavo i tubetti solo per tirarmi su di morale immaginando come sarei potuto diventare se solo fossi stato in grado di usarli. Sognavo di essere più bello, forse, senza avere ancora compreso che quello era un dettaglio ininfluente.

Crescendo, rifiutai di farmi acconciare per le feste da mio padre, in tutti i sensi, e divenni cliente fisso e non pagante di un parrucchiere vero.
Michele era un commillitone di mio padre, avevano fatto il militare insieme e, non so per quale assurda ragione, non mi era mai permesso di pagare il servizio.

Addirittura potevo chiedere quale taglio preferissi, ma uno qualsiasi andava bene perché quando mi recavo da lui avevo una testa leonina e Michele avrebbe potuto tranquillamente usare l’aggeggio per tosare le pecore. Sempre meglio che farsi strappare i capelli da mio padre.
E quindi, nel suo negozio del centro di Milano, a un passo dal Duomo, io ragazzetto entravo come un sultano, con la precedenza sugli altri clienti e senza pagare. O Michele l’aveva combinata grossa anni prima e doveva sdebitarsi o mio padre aveva un grande potere persuasivo. Certo è che anche mio padre era suo cliente, benché calvo, e aveva bisogno di Michele quando gli cresceva la “lana” ai lati delle orecchie. E Michele aveva la tosatrice, giustamente; era la persona adatta.

A dire il vero usava anche le forbici, anzi, le preferiva, credo.
Dico credo perché non lo so, in verità. Le aveva sempre in mano e le faceva cigolare in continuazione tanto che io pensavo fosse un tic. Me lo immaginavo muovere le dita anche durante il sonno, o magari mentre guidava… non smetteva mai e suo fratello Rosco, anche lui parrucchiere, invece aveva un tic nervoso vero e proprio, all’occhio sinistro. Vai a sapere se conseguente all’attività di barbiere o no, ma di certo il regista del film Edward Mani di Forbice doveva essere passato da Michele e lì aveva tratto ispirazione.
Frequentai Michele per molti anni, fino a quando, a seguito di un processo inarrestabile, non ne ebbi più bisogno.
La mia chioma aveva iniziato a diradarsi, sarà che indossavo sempre il casco e maltrattavo i miei capelli già indeboliti per motivi genetici ma, alla fine, la parte superiore della mia testa somigliava sempre di più a quella di mio padre.
All’inizio me ne dispiacqui non poco: si sa che il ciuffo è motivo di attrazione per certe donne, anche se altre la pensano in modo opposto.

Mia moglie, per esempio, osservando le mie foto di quando ero capelluto, dice che assomigliavo a uno scimpanzé, con quella attaccatura bassa che mi contraddistingueva. Credo lo dica anche perché trova dei riscontri nel mio comportamento, ma questo è un altro discorso.
Mio padre, invece, per difendere la categoria dei calvi, mi ha sempre detto: “le teste d’asino non pelano. Hai mai visto un asino pelato?”

In effetti, molti geni della scienza e della cultura sono pelati o molto stempiati, sinonimo di grande attività cerebrale.
Confortato da tutte quelle rassicurazioni, decisi di prendere la situazione con leggerezza; in fondo era così: meno capelli, meno peso, e più leggerezza.

Per il momento ero leggermente calvo, diciamo calvino, con la speranza di mantenere il mio fascino residuo con quel che rimaneva o di diventare un genio, spelandomi completamente.

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