A tu per tu con i protagonisti di questa rivolta
BELGRADO – Arrivati nella città di Belgrado, il gruppo dei ragazzi e degli animatori del viaggio umanitario incontrano la guida turistica, Miriana, soprannominata “Mimi”, che dopo i saluti di rito al gruppo, subito, quasi avesse l’urgenza di farlo, ci parla della situazione in città, che è sempre più critica.
Arrivando alla prima tappa del nostro tour guidato, il cortile dell’università di filosofia, dove la rivolta è partita, ci racconta che tutto che quel che sta succedendo è stato causato da un incidente successo il 27 gennaio a Novisad, dove un gruppo di studenti è stato coinvolto in una tragedia: un crollo di una pensilina di una stazione, in conseguenza del quale sono state ferite 16 persone e ne sono morte 17.
Da allora, con un effetto domino, sono partite le proteste degli studenti, che reputano questo fatto increscioso alla mancanza di manutenzione dei lavori pubblici da parte del governo, ed ancor più alla modalità in cui vengono effettuati questi lavori, con materiale scadente e procedure non consone, tutto a causa delle mazzette previste nel pagamento dei lavori, che tolgono denaro a ciò che invece dovrebbero servire. Non solo, ma anche la speculazione immobiliare che ha stravolto Belgrado, comporta anche problemi abitativi per gli studenti.
Ma non solo i giovani contestano il presidente della Serbia Aleksandar Vučić, che impaurito sta continuamente cambiando location; anche agricoltori, intellettuali e cittadini comuni si sono aggiunti alla protesta.
Oggi in Serbia circa 60 università sono occupate. Da oltre tre mesi, gli studenti vivono barricati, discutono in assemblee collettive a cui agli adulti è vietato l’ingresso e dove ogni decisione è votata a maggioranza- e si organizzano in gruppi di lavoro, anche la scelta che stanno facendo penalizzerà il loro corso di studi.
Il loro movimento non ha nome né leader, solo un simbolo: una mano rossa come il sangue. A rafforzare la mobilitazione sono stati una comunicazione efficace -con pagine social da oltre 200.000 follower – e lunghe marce con cui gli studenti hanno attraversato il Paese, villaggio dopo villaggio, coinvolgendo i parenti degli studenti e agricoltori, avvocati, tassisti, lavoratori dello spettacolo, giornalisti e migliaia di cittadini comuni.
Alcuni parlano di un nuovo ’68; certo è che gli studenti sembrano aver spezzato la paura che per dodici anni ha tenuto in piedi il regime di Aleksandar Vučić. E quando la paura cade, il sistema trema. La crisi scatenata dalla tragedia di Novi Sad ha infatti radici profonde, che vanno fino alle acque della Sava e spiegano perché, oggi, il crollo di una tettoia stia portando un intero Paese nelle piazze.
Il 10 febbraio, sul ponte Gazele occupato dai manifestanti in una delle molteplici blocchi di questi quattro mesi, gli studenti avanzano srotolando uno striscione: “Da questa parte del fiume, la città è nostra”. Dall’altra sorge Belgrado sull’acqua, il progetto faraonico del governo serbo, finanziato dalla Eagle Hills, azienda costruttrice degli Emirati Arabi Uniti, e realizzato senza gara d’appalto. Un complesso di lusso che prevede la costruzione di 10.000 appartamenti, più di 300 negozi e decine di caffè e ristoranti, in un Paese dove il salario minimo netto è di 350 euro e quello medio di 600.
Per costruirlo, nel 2016, parte del quartiere storico di Savamala, elogiato anche dal Guardian per la sua vita culturale alternativa, è stato demolito in una sola notte dai bulldozer di uomini incappucciati. Oggi tra i grattacieli in stile Dubai restano ancora gli enormi cumuli di macerie di un pezzo di città cancellato per far posto agli interessi privati.
Chissà come andrà a finire questa protesta. Certo che quando i giovani si mobilitano, le cose cambiano. Pensiamo a come sono iniziate le proteste del ‘64 nell’università di Berkley, e quello ne è seguito: il Sessantotto che ha cambiato il mondo.
La nostra speranza oggi sono ancora una volta anche i giovani delle università americane, che, dagli ultimi provvedimenti presidenziali, si trovano a sentire minati i diritti fondamentali del diritto allo studio e della libera circolazione degli studiosi e ricercatori.
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