Definire la premier ‘cortigiana’ è un atto grave. Recuperiamo il valore del linguaggio, la dignità del confronto e diamo ai giovani un esempio migliore
ROMA – La parola è una spada affilata, lo dice San Paolo. Per questo chi parla o scrive riferendosi ad altri deve essere consapevole del significato, primario e secondario, dei termini che utilizza. È legittimo pretendere che gli uomini e le donne della politica abbiano piena contezza delle parole che scelgono e siano altrettanto consapevoli del loro ruolo di esempio nei confronti dei cittadini.
Come educatori, dedichiamo grandissima attenzione al rapporto uomo-donna, un rapporto che deve andare oltre ogni stereotipo di genere e puntare direttamente al rispetto della persona. È per questo che considero grave l’uso del termine “cortigiana” rivolto alla premier Meloni: si tratta di un insulto che non solo offende la donna, ma tradisce la dignità stessa del confronto democratico.
Con quell’espressione si è scritta una brutta pagina del dibattito politico. Un uomo ha usato nei confronti di una donna un termine gravemente irrispettoso, e ogni tentativo di correggere il tiro appare maldestro. Non è questa la strada per costruire un dialogo autentico.
Al di là della contingenza, credo sia urgente riscoprire il significato delle parole, la lealtà dei rapporti, l’autenticità di un dibattito politico condotto sul confronto delle idee e non sulla denigrazione dell’avversario. Le parole non sono mai neutre: possono ferire, ma possono anche costruire.
Ai giovani dobbiamo offrire un esempio diverso. Se vogliamo che siano migliori di noi, dobbiamo mostrare che il rispetto e l’autenticità sono la base di ogni relazione, anche politica. Solo così potremo costruire una società più giusta, capace di educare al dialogo e alla responsabilità.
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