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Lavorare stanca

Sentiamo di appartenere a qualcosa che in realtà non ci appartiene

ITALIA – È paradossale, ma accade a molti di noi. Forse è proprio questo a rendere il lavoro più sopportabile: l’illusione che ciò che produciamo sia nostro, il legame invisibile che ci unisce all’impresa che ci paga. Così ci dedichiamo con passione quasi totale, come se fossimo proprietari di ciò che costruiamo.

Rinunciamo al riposo, al tempo con la famiglia, per dedicarci interamente al lavoro. E in questa dedizione c’è un’ombra: diventa dipendenza, una forma di “workaholism”, simile all’alcolismo. Quando smettiamo, ci manca. Quando arriva la pensione, il tanto atteso riposo diventa malinconia, solitudine, vuoto incolmabile.

Eppure l’appartenenza è necessaria: senza di essa nessuna impresa potrebbe crescere. È la materia prima del lavoro collettivo, intrecciata al nostro senso del dovere, ma radicata ancora più in profondità nella nostra natura sociale. Una trave ha bisogno di due pilastri, un palco di quattro: è nei numeri pari, nella cooperazione, che si costruisce un edificio. Non il singolo, ma il gruppo è la vera forza.

Lavorare stanca, sì. Ma l’isolamento stanca ancora di più. Spegnere il sentimento di appartenenza significa tradire la nostra stessa umanità, condannarci allo sconforto. Perché la nostra diversità ci rende unici, e proprio questa unicità ci fa sentire indispensabili. È da lì che nasce l’energia, la sicurezza, la sensazione di essere vivi: dal sapere che, in qualche modo, siamo necessari.

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