«Lascia correre, vedrai che passa. Dopo la notte arriva sempre il giorno». Ce lo ripetiamo come un mantra consolatorio di fronte alle difficoltà della vita, dalle piccole amarezze quotidiane ai lutti più laceranti. L’invito diffuso è sempre lo stesso: dimenticare per andare avanti, lasciarsi scivolare addosso le sventure prima che ci feriscano.
Sembra un consiglio saggio, persino ovvio. Ma non è così perché non siamo fatti così.
Non siamo progettati per dimenticare o per farci attraversare dai dolori senza restarne feriti. La ricetta del dimenticare andare avanti non funziona, specie quando l’avversità è una perdita irreparabile, come la morte di un figlio o di una persona amata. Quel dolore non ci abbandona mai, a dispetto delle sollecitazioni esterne a voltare pagina.
Anni fa, durante una visita a Brindisi — lo storico porto da cui i crociati s’imbarcavano per l’Oriente —, mi commossi nel constatare ciò che quei soldati pellegrini lasciavano nelle chiese prima del viaggio senza ritorno: la totalità dei loro beni, in un’adesione radicale all’invito evangelico del lascia tutto e seguimi. Anni dopo, in una dimora dell’Alta Savoia a Briançon, tappa obbligata per i crociati del Nord, notai incisa sullo stipite un’altra frase del Vangelo: cercate e troverete.
È proprio in quel «cercare» che risiede la risposta al dolore, non nel «lasciar andare». Rainer Maria Rilke, nel suo Requiem per un’amica, cattura quel senso di colpa e d’impotenza che ci assale di fronte alla morte quando scrive: «Sono morti e li abbiamo lasciati andare». Ma poco dopo, il poeta si ribella a questa resa passiva e formula l’unica domanda davvero umana: «Cosa devo fare? Devo forse venirti a cercare?».
La croce che portiamo è esclusivamente la nostra; non è un patibolo generico su cui far salire un altro condannato. Per affrontare e superare le avversità
non serve dimenticare. Occorre mettersi in cammino, andare e cercare. Perché solo cercando si può ritrovare ciò che si è perduto per sempre — magari in una forma diversa, ma che continuerà docilmente ad abitare il nostro presente.
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