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Landini dà della “Cortigiana” a Meloni: parole inaccettabili riaprono lo scontro sul sessismo in politica

2 minuti di lettura

In un’apparizione televisiva i temi politici degenerano in uno scontro di genere dopo che il leader CGIL, Maurizio Landini, definisce la Premier Giorgia Meloni una “cortigiana”. L’uso del termine sessista riaccende la luce su quanto il linguaggio sia strumento di un radicato patriarcato

ITALIA. La polemica tra il leader della CGIL, Maurizio Landini, e la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, non è una semplice disputa politica sulla politica estera o l’azione di governo, ma un’ulteriore conferma della persistenza del patriarcato linguistico e culturale che, anche ai vertici della rappresentanza democratica italiana, resiste strenuamente. Lo scontro, innescato dall’uso del termine “cortigiana”, non è un incidente isolato, ma l’ennesima riprova di quanto il percorso verso la parità di genere sia ostacolato da un uso del linguaggio che tradisce stereotipi profondamente radicati, proprio come quelli che il Manifesto di Venezia e le analisi sulla rappresentazione della violenza (eufemizzazione, romanticizzazione) mirano a smantellare.

Quando Landini ricorre al termine “cortigiana”, pur con l’intenzione dichiarata di significare “stare alla corte di Trump” e criticare la linea politica, egli travalica il confine del confronto per scadere nella denigrazione di genere. La stessa Meloni, nel suo duro commento, sottolinea il significato più comune e dispregiativo della parola (“prostituta”), accusando la sinistra di ricorrere a un linguaggio volgare e sessista in mancanza di argomenti. Questa reazione evidenzia come l’uso di termini carichi di sottintesi sessuali e storicamente denigratori per le donne, anche in contesti politici, sia percepito come una manifestazione di violenza o denigrazione di genere.

Un richiamo al “linguaggio volgare e sessista” che dovrebbe essere evitato in un comportamento professionale consapevole per evitare stereotipi di genere e assicurare massima attenzione alla terminologia. Il problema non è l’intenzione immediata, ma l’adesione, da parte di un leader di opinione, a uno schema retorico che valuta la donna leader non per le sue azioni, ma attraverso l’archetipo della sottomissione o della moralità sessuale.

Il cuore del problema risiede nel meccanismo subdolo del patriarcato, che modella le nostre categorie linguistiche. Il sessismo in politica, come ogni forma di violenza di genere, utilizza la donna come bersaglio facile, delegittimandone l’autorità o la competenza attraverso allusioni alla sua sfera morale. Le precisazioni di Landini, simili alla retorica del “bravo uomo” che “ha perso il controllo”, falliscono nel giustificare l’uso di un termine che è intrinsecamente legato a uno stereotipo femminile dispregiativo.

Fino a quando il dibattito pubblico non imparerà a distinguere l’inevitabile scontro politico dal sessismo linguistico, la donna che detiene il potere resterà vulnerabile a queste forme di attacco. La critica, che dovrebbe essere concentrata sul merito politico, viene qui deviata in un giudizio di genere, un retaggio patriarcale che si rifiuta di accettare la piena parità di potere. La polemica “cortigiana” è un monito: la lotta per l’eguaglianza passa innanzitutto per la pulizia e la consapevolezza del nostro vocabolario.

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