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L’amico geniale e la sindrome dell’impostore

Ieri sera ero a cena in un'incantevole cittadina portoghese con un caro amico venuto a farmi visita, capo a un gruppo di ricerca all’università di Oxford, quando, tra una bottiglia di vinho verde e una

Ieri sera ero a cena in un’incantevole cittadina portoghese con un caro amico venuto a farmi visita, capo a un gruppo di ricerca all’università di Oxford, quando, tra una bottiglia di vinho verde e una costata di maiale, mi ha sbalordito sussurrandomi imbarazzato una rivelazione che già una volta mi aveva colpito per la sua controversa natura. La prima volta che ascoltai la stessa rivelazione mi trovavo a bere un caffè con il mio professore di filosofia di linguaggio, incontrato casualmente per le calli di Venezia.

 

Ricordo nitidamente la tenerezza che mi fece quando, semplicemente dal nulla, mi confidò che, anche ora che era vicino a una meritata pensione dopo una lunga e fruttuosa carriera, aveva avuto la tremenda sensazione che prima o poi qualcuno avrebbe capito, e rivelato, il suo tremendo segreto: che lui, in realtà, era solo un idiota.

E così, dalla tenera confessione del mio direttore di dipartimento, nonché uno dei più conosciuti filosofi italiani contemporanei riconosciuti all’estero, venni a conoscenza della paranoia più diffusa tra le persone di successo: la sindrome dell’impostore.

 

 

Per rendere più chiara la faccenda, dovete sapere che la sindrome dell’impostore (1) è un termine, coniato nel 1978 dalle psicologhe Pauline Clance e Suzanne Imes, usato per descrivere una condizione psicologica particolarmente diffusa fra le persone di successo. Il fascino maligno di questa tendenza consiste nell’incapacità di interiorizzare i propri successi e dal terrore persistente di essere un bel giorno sconfessati come “impostori” (2) . A dispetto delle dimostrazioni esteriori delle proprie competenze, le persone affette da tale sindrome rimangono convinte di non meritare il successo ottenuto, e vivono nella costante tensione che qualcuno, prima o poi, se ne accorgerà. Il successo, invece di essere fonte di soddisfazione, viene invece ricondotto a fattori quali la fortuna o il tempismo, oppure ritenuto frutto di un inganno o della sopravvalutazione degli altri (3).

 

 

E così anche ieri sera pure il mio amico, nonostante un dottorato all’Università di Cambridge e una successiva lodevole carriera accademica, ha sentito il bisogno di confessarmi il suo intimo timore: che un giorno, qualcuno un più scaltro degli altri, semplicemente annuncerà al mondo la grande, semplice verità che lui altro non è che un impostore. Era già tragicamente divertente sentire le ridicole preoccupazioni di un uomo così intelligente, che come se non bastasse, giusto per assicurarmi di non essere l’unico, mi raccontò la storia di un altro scienziato, che come lui, aveva lavorato al Max Planck Institute di Berlino. Tale collega, ragazzo particolarmente dotato, se non un genio nel campo della biologia, era riuscito a ottenere un dottorato in una delle migliori università americane. Se questo non fosse già stato abbastanza, lo scienziato riuscì, ancora giovanissimo, a far pubblicare uno dei suoi articoli nella famosa rivista Nature. E proprio qui, accade la meraviglia: un ingiustificato suicidio accademico. La sua ragione fu molto semplice, essendo fermamente convinto di essere un cretino, decise che la scienza non era niente di serio se una rivista tanto importante come Nature aveva deciso di pubblicare un articolo scritto da qualcuno come lui.
Così, da un giorno all’altro, proprio sull’onda della popolarità, mollò tutto. Dato che era comunque un genio, se la cavò comunque bene: da quanto ne sapeva il mio amico, ora lavora in qualche pericoloso paese africano al servizio delle Nazioni Unite.

 

 

Non nego che questa storia mi consola. Anche se una rivista internazionale non ha ancora pubblicato un mio articolo, ho la costante sensazione che un giorno qualcuno sbucherà fuori all’improvviso, annunciando al mondo che anche io, tutto sommato, come il mio amico geniale, sono solo un’idiota.

 

 

 

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(1). Dall’inglese impostor syndrome, o anche impostor phenomenon.
(2). La “sindrome dell’impostore” può essere considerata speculare all’effetto Dunning-Kruger, una distorsione cognitiva a causa della quale individui inesperti tendono a sopravvalutarsi, rifiutando di accettare la propria incompetenza.
(3). Secondo lo studio originale, la sindrome dell’impostore sarebbe particolarmente comune fra le donne di successo.  Inoltre, essa è stata comunemente associata all’attività accademica, essendo ampiamente riscontrata tra dottorandi e altri studenti di corsi avanzati.

 

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