Da tutta questa inarrestabile e meritata cavalcata di Yannik Sinner culminata domenica con la vittoria in Australia manca il campanile, la rivalità, talvolta acerrima che rende le sfide esacerbate e uniche, laceranti e irte di graffi, ruvide nell’intimo.
E ci sta, se consideriamo la netta linea di demarcazione tra sport individuali e di gruppo, ma che nella disfida si differenziano per pathos e tifo fazioso. Che fa rima con campanile.
Ossigeno e volano per le contese a cui si addice il confronto schietto, ma non indispensabile per altre gare, dove il genio individuale diventa nazionale ed appartiene a tutti, anche ai parvenu dell’ultim’ora diventando tendenza, oltre il match. A prescindere.
La racchetta snob quanto basta, distanzia la palla, ovale o tonda, non solo nelle dimensioni e nelle traiettorie ma anche nel pubblico, sempre silente nel match e molte volte alquanto timido nelle rimostranze polemiche, questione di atteggiamento pudico, incline ad accettare decisioni e smash senza batter particolare ciglio.

E mancando la bandiera della società, si naviga in un mare quasi mai in tempesta, almeno per quanto riguarda maglie e appartenenze societarie, che rappresentano la dimora sicura ma talvolta un’alcova ricca di tradimenti e cessioni, dipartite volontarie all’estero.
Insomma, mondi diversi permeati da culture distanti ma che fanno dello sport la stessa ragione di competizione, di sfida.
Anche se il dualismo antico come il mondo, è sempre pronto a palesarsi e a dividere, quasi a voler raffigurare una dimensione unica pronta a spaccarsi per avere un senso. Una vitalità tutta sua.
Vicina e lontana come una volèe e un campanile
Instacult di Mauro Lama
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