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La solitudine del medico

2 minuti di lettura

Si celebra sabato 6 giugno la Giornata del Medico.

Chi pensa che la professione medica sia una professione come le altre dimentica che ognuno ha una malattia contro cui deve combattere. È l’universalità della malattia e della sofferenza che rende il medico indispensabile e fa della sua arte una vocazione particolare.

La scelta del medico è infatti molto speciale. Non tutti sono portati a fare questo mestiere e coloro che sentono questo richiamo non nascondono mai il senso della loro scelta, fondata su altruismo, rispetto, dovere e attenzione per il prossimo.

Si dice che chi fa il medico abbia, in realtà, il terrore di ammalarsi e di morire. Sarebbe dunque una scelta scaramantica, quella di chi preferisce stare dall’altra parte del tavolo piuttosto che sul lettino del paziente. Ma anche i medici si ammalano e muoiono. E spesso cercano di curarsi da soli o non si curano affatto, come se il camice bianco li proteggesse da ogni male, quasi fosse uno scudo magico contro la naturale vulnerabilità umana.

Dietro la sua apparente sicurezza, il medico è un essere fragile, pronto a spezzarsi. Si piega facilmente all’inevitabile, sopporta le offese perché ineliminabile è il suo senso di colpa; è pronto a chiedere scusa quando necessario e a ringraziare più del dovuto.

Il medico visita e prescrive medicine, opera e giudica. Tratta i corpi come manichini e le anime come pagine di letteratura. Non a caso è spesso incuriosito dalla cultura: lo scopriamo musicista, pittore, scrittore, amante del bello. Si tratta di un sapere poliedrico, talvolta dilettantesco, spesso autenticamente professionale, da cui sono nate figure di spicco della nostra storia.

Questo patrimonio culturale rappresenta il terreno fertile dal quale possono emergere letterati, donne e uomini di successo. Del resto, quella del medico è anche una professione generalmente remunerativa e, grazie alla sua arte, egli riceve compensi e riconoscimenti che gli consentono di vivere agiatamente insieme alla propria famiglia.

Nella società il medico occupa da sempre una posizione di prestigio. Molti hanno intrapreso la carriera politica, ricoprendo ruoli di rilievo come parlamentari, ministri e persino capi di Stato.

Ma dietro questo palcoscenico sociale, dietro il blasone e il benessere, si cela un dazio invisibile. Dopo aver assorbito giorno dopo giorno il dolore degli altri — come piccole dosi di vaccino somministrate per imparare a sopportare o ad allontanare il proprio — al medico non resta che la solitudine.

La solitudine di quando ha iniziato e di quando ha terminato il suo cammino professionale. La solitudine di chi viene facilmente dimenticato, perché anche la gratitudine è un sentimento temporaneo.

Il medico deve sopportare i propri fallimenti in silenzio. Nessuno può accusarlo o giustificarlo, se non la misericordiosa bonarietà di Esculapio, al quale tutti si rivolgono ma che nessuno ama davvero fino in fondo. Un dio forte e utile, certo, ma solitario come il serpente che avvolge il suo bastone.

Ed è proprio questo antico simbolo l’unico vero sostegno che aiuta il medico a camminare, giorno dopo giorno, sulla strada del dolore: lasciandosi alle spalle i molti che non ha saputo aiutare e i tanti ai quali, invece, non ha voluto negare sollievo e speranza.

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