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La solitudine dei numeri uno

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È notizia di ieri: il Manchester United ha comunicato con una nota ufficiale direttamente dai suoi canali Social che Cristiano Ronaldo lascerà di comune accordo la società con effetto immediato.

Non è stato di certo un fulmine a ciel sereno, anzi. Dopo le dure parole nell’intervista fiume di settimana scorsa in esclusiva a Piers Morgan, era abbastanza chiaro che la sua seconda esperienza con i Red Devils fosse conclusa.

Accuse pesanti le sue, contro la società da cui si è sentito tradito e contro l’allenatore Erik Ten Hag da cui non si sente rispettato e che lui, di conseguenza, non rispetta.

Ma come si è arrivati a tutto questo?

Gli scarsi risultati della scorsa stagione, le incomprensioni con i compagni e i vari allenatori che si sono avvicendati sulla panchina dei diavoli rossi, il non poter giocare la SUA competizione per eccellenza, la Champions League di cui è sempre stato uno dei protagonisti indiscussi, l’aver saltato la Tournée estiva per problemi familiari. Tutti piccoli segni di un crac annunciato.

Quest’anno poi la goccia che ha fatto traboccare il vaso: l’esser trattato come tutti gli altri. Lui, che non è mai stato come gli altri, o almeno non si è mai sentito uguale agli altri ma sempre superiore. Giocare poco, quasi mai da titolare, la richiesta di entrare nei minuti finali, come un qualunque giocatore. È stato troppo.

Eccoci quindi arrivare all’ultima intervista. Per lo United c’erano solo due vie: iniziare una lunga battaglia legale per i danni d’immagine subiti o rescindere il contratto e arrivederci e grazie. Si è scelta la seconda, con CR7 che ha rinunciato ai 16 milioni di sterline (18,5 milioni di euro) che da contratto avrebbe ancora dovuto percepire.

La domanda che tutti si pongono ora è dove andrà a giocare da gennaio in poi.

Era abbastanza chiaro già un anno e mezzo fa, quando è letteralmente scappato dalla Juventus, che non ci fossero più le file di Società pronte a investire su di lui.

CR7 è un’azienda, non solo un calciatore, e come tale deve e pretende di essere trattato. Intanto l’età avanza, e per quanto lui curi il suo corpo in maniera maniacale, non è più lo stesso dei tempi di Madrid. Le squadre papabili sono relativamente poche.

Non molti possono permettersi il suo enorme stipendio, soprattutto dopo due anni di pandemia, senza contare che molti degli allenatori non sono entusiasti di avere una personalità così ingombrante nello spogliatoio. Lo vorrebbe il presidente del Chelsea per un mero discorso di marketing, i nomi sono poi i soliti: Real, Psg, o un romantico ritorno allo Sporting Lisbona, dove tutto ebbe inizio molti anni fa. Non da scartare del tutto un fine carriera dorato in Mls o in Arabia.

Intanto domani inizierà il suo ultimo mondiale, l’ennesimo di una lunghissima carriera e l’unico titolo che gli manca nella sua affollatissima bacheca. Lui ha già promesso che in caso di vittoria finale si ritirerà. Ipotesi molto remota, ma chissà, di certo sarebbe la giusta fine per la sua incredibile e inimitabile carriera.

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Nasce a Venezia e fin da piccola coltiva la passione per lo sport, la scrittura e l'Oriente. Prima cestista, poi calciatrice, infine allenatrice. Lotta da sempre per l'uguaglianza nello sport. Caregiver, convive con 4 gatti maschi
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