Fu battezzato Tangentopoli il periodo storico che nel dopoguerra andava dagli anni Settanta fino al 1992, durante il quale venne a crearsi in Italia un distorto sistema di “tangenti” incassate da alcuni autorevoli rappresentanti di partiti politici che allora andavano per la maggiore, quali la DC, il PSI, il PLI, il PRI, PSDI e che in quel frangente costituivano il così detto arco costituzionale o anche Pentapartito perché formavano i vari governi che si susseguirono alla guida della politica italiana per un lungo periodo di tempo. La causa scatenante fu certamente l’ingordigia dei Dirigenti più autorevoli di quei partiti che avevano riposto in un cassetto la politica pulita e facevano il bello ed il cattivo tempo, ingenerando il malcostume nell’operato di imprenditori compiacenti e scorretti. Nel 1992 le indagini del giudice Antonio Di Pietro scatenarono il finimondo nel mondo politico vigente in Italia, durato circa una trentina d’anni dopo la morte di Sturzo che riuscirono a smantellare un sistema viziato da tangenti e scorrettezze senza precedenti.
Il partito maggiormente colpito fu quello di maggioranza relativa, cioè la DC. In appena un paio d’anni di accuse, processi e condanne, vennero vanificati il duro lavoro, le fatiche ed il superamento di tutta una serie di ostacoli incontrati da Dirigenti del calibro del Senatore a vita Luigi Sturzo, Alcide De Gasperi, Aldo Moro, Mario Scelba, Amintore Fanfani, Ciriaco De Mita durante la loro laboriosa e difficile carriera politica.
In primo piano allora si trovò proprio la Democrazia Cristiana, che aveva instaurato un sistema non certo basato sull’altruismo e dedito a risolvere i veri problemi del Paese, come lo aveva concepito Sturzo, puntato a creare lavoro, a sconfiggere la povertà, basato sui diritti umani, ma bensì un sistema basato esclusivamente sul favoritismo, condizionato dalle tangenti per appalti, consulenze, favoritismi a bizzeffe e clientelismo a cuor leggero.
Le due figure fondamentali nella vicenda di Tangentopoli furono quelle di Antonio Di Pietro e di Mario Chiesa anche se con ruoli diversi l’uno dall’altro. Antonio Di Pietro era un giovane Magistrato della prestigiosa Procura di Milano, sicuramente in cerca di un caso eclatante che gli procurasse notorietà e fama che avrebbe agevolato la sua carriera in seno alla Magistratura. Mentre Mario Chiesa era un modesto militante del PSI milanese che aveva ricoperto modesti incarichi politici nell’ambito della città. All’epoca dei fatti di Tangentopoli comunque, passando attraverso l’amicizia con Carlo Tognoli e poi con Paolo Pillitteri, era riuscito ad avvicinarsi politicamente a Bettino Craxi, a farsi nominare presidente del Pio Albergo Trivulzio in cambio dell’appoggio a Bobo Craxi figlio di Bettino in una campagna elettorale amministrativa per il Comune di Milano. Fu implicato in “mani pulite” perché sorpreso ad accettare una busta contenente 7.000.000 di lire, cifra di una tangente per favorire un piccolo imprenditore ad ottenere un appalto di pulizie all’Ospizio diretto da Chiesa.
Mario Chiesa, una volta sorpreso con le mani nel sacco, ebbe il merito di vuotarlo su quanto succedeva all’epoca riguardo ad appalti, commesse ed incarichi distribuiti da parte dei politici in cambio di cospicue tangenti in denaro, possibilmente in nero, per ripagare i favoritismi che erano all’ordine del giorno. Chiesa con coraggio spiattellò tutto il sistema per filo e per segno come funzionava all’interno del Palazzo con parole d’ordine, frasi allusive e percentuali determinanti l’entità delle varie tangenti proporzionate all’entità dell’appalto o dell’incarico ricevuto.
Mentre Antonio Di Pietro, ebbe il coraggio ed il merito di saper affondare la spada in una piaga che non aveva fine e che riguardava anche pezzi da 90 della politica e dell’imprenditoria di ambedue i fronti coinvolti in quell’indagine. Venne a scoprire che da una parte c’erano i Politici che assegnavano a cuor leggero incarichi, appalti e commesse ad imprenditori che con uguale leggerezza si dimostravano compiacenti e disponibili a versare nei vari conti correnti personali di tal ministro o tal altro sottosegretario delle cifre da capogiro che poi ricaricavano sul costo totale dell’opera.
Furono colpiti da quel terribile anatema nomi illustri di ex presidenti del Consiglio e di moltissimi ex ministri e segretari di partiti dell’intero arco costituzionale della politica non risparmiando nessuno perché ne erano coinvolti di tutti i colori politici.
La vittima più illustre, nonostante smentisse qualsiasi suo personale coinvolgimento nella faccenda del malaffare, fu l’ex Presidente del Consiglio e Segretario del PSI Bettino Craxi che per sfuggire all’umiliazione di essere incriminato, processato e condannato, cercò la via della contumacia rifugiandosi ad Hammamet in Tunisia dove aveva una residenza estiva e dove stette fino alla sua morte, avvenuta il 19 gennaio del 2000.
Sono stati fatti diversi tentativi per riportare la sua salma in Italia, ma fino ad ora non è bastato l’incessante interessamento dei suoi due figli, nonostante siano ambedue in politica.
Anche se in maniera più leggera furono coinvolti nella vicenda, incriminati, processati ed anche condannati gli onorevoli Cirino Pomicino (DC), Francesco De Lorenzo (PLI), Giovanni Goria (DC), Antonio Gava (DC), Cesare Previti (Forza Italia), Giorgio Moschetti (DC), per citare soltanto i nomi più di spicco politicamente in quel determinato momento storico.
A cura di Nuccio Sapuppo
Photo Credits: ilriformista.it
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