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La Ricompensa

2 minuti di lettura

È ciò che ci aspettiamo al termine di un lavoro. È pattuita prima e non cambia se chi ha svolto il lavoro è soddisfatto del risultato. Cambia, invece, se il committente non lo è, al punto da chiederne il rifacimento. È qui che si annida il primo snodo: la mancanza di condivisione su come quel lavoro sia stato eseguito, e non importa se il cliente è insoddisfatto mentre il lavoratore lo è.

Eppure, quando si lavora con passione e si è felici dell’esito, la ricompensa materiale passa in secondo piano. A volte non c’è affatto. Ciò che davvero spaventa, in questa relazione, è un altro sentimento: la mancanza di gratitudine.

Tutto finisce. Finiscono i singoli progetti e finisce, infine, la necessità stessa di lavorare. Il traguardo della pensione viene di solito accompagnato da una festa che rischia di rivelarsi patetica, specialmente quando si riduce a un rituale istituzionale. Non è quello che ci si aspetta quando si ha la profonda convinzione di aver dato il meglio di sé.

Forse ci facciamo del male da soli quando crediamo di meritare qualcosa in più rispetto alla ricompensa formale e sostanziale. Quando pensiamo cioè di meritare la gratitudine: la vera ricompensa che desideriamo sopra ogni altra cosa.

La ricompensa che ci attendiamo sta nel sapere che ciò che abbiamo fatto con gioia ha prodotto un cambiamento; sta nel vedere che il nostro impegno ha orientato esistenze, donato un sorriso, aperto alla speranza, sta nel provare una soddisfazione intima anche di fronte a chi considera la nostra fatica come qualcosa di dovuto.

Aspettarsi la gratitudine, e non un’arida ricompensa, è la vera spinta a fare e a fare bene. Per questo la delusione è cocente quando gli altri restano indifferenti, convinti che il compenso pattuito debba bastarci — e che magari sia persino troppo.

Non aspettarsi la gratitudine è il grande segreto per evitare la delusione. Possiamo però fare una scelta diversa: esercitare noi la gratitudine. Anche verso chi non ci ha dato nulla, addirittura verso chi ha cercato di farci del male o verso chi è diventato indifferente a ciò che siamo stati e saremo.

Dovremmo sostituire il semplice “ciao” con un “grazie”. Il saluto che rivolgiamo a chi incontriamo per strada o sul lavoro, non più buon giorno o buona sera, ma grazie.

Un grazie che prescinde da chi sei o da cosa farai, offerto non solo allo sconosciuto o alla persona nota in cui ci imbattiamo, ma anche a tutti coloro che quella persona incontrerà e dai quali vorrebbe sentirsi rivolgere la stessa parola: grazie.

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