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La responsabilità

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La responsabilità non si delega: riflessione tra ragione, passioni e libertà individuale

ITALIA – Non si delega. Sta a noi prendere decisioni, scegliere quale strada intraprendere, e seguire l’algoritmo. Ugualmente sta a noi valutare quanto quell’algoritmo ci sia utile e ci porti alla soluzione, oppure fare un passo indietro, rifermarsi nel dubbio e prendere un’altra direzione.

Tutto questo approccio razionale salta quando la nostra emotività prevale. Allora succede che abbiamo paura quando dovremmo avere coraggio, reagiamo quando dovremmo riflettere, ci fidiamo quando dovremmo diffidare, eccetera.

Per Cartesio le passioni dell’animo sono realtà corporee, che lo spirito non riesce a dominare. Anche in medicina psicosomatica si parla di bilancia: tanta più mente, tanto meno corpo. Solo l’equilibrio, parziale, oscillante e fragile fra le due entità determina giudizio.

Quest’ultimo ci compete come esseri dotati di pensiero. E il giudizio è per definizione libero: anche quando condizionato ha sempre la possibilità di irrompere nella coscienza e affermare la sua titolarità.

Si dice “accecati dall’ira”, oppure “folli d’amore”. Ecco che si comprende bene la portata della contraddizione che fa perdere il giudizio sulla realtà.

Chi esercita una truffa conosce bene questa fragilità, e la utilizza a suo profitto. Poi, la vittima, sorpresa e adirata, ritorna in sé e si rimprovera anche aspramente di esserci stupidamente cascata.

Il giudizio può essere rapido e intuitivo, oppure necessita di una riflessione: “Che cosa sto facendo?”, “perché mi trovo qui?”, “perché ho detto queste cose?”.

La scappatoia a cui ci rivolgiamo sta molto spesso nel senso del dovere: “Faccio così perché me lo hanno ordinato, perché lo devo fare”. Non mi pongo il problema, lo devo fare e basta!

Altra pericolosa trappola questa, perché delega la responsabilità dei propri atti a un’entità superiore, che può essere anche fisicamente rappresentata. Ma assegniamo alla persona che si rappresenta come autorità un potere che non ha.

Perché ognuno è responsabile per se stesso, per ciò che fa o non fa.

Questo discorso è stato apertamente affrontato da Hannah Arendt nel suo celebre saggio La banalità del male. Gli ufficiali nazisti, autori di efferati delitti, si difendevano dicendo che erano soldati e obbedivano agli ordini, pena la loro stessa vita. Ma non tutti obbedirono: molti persero la vita come martiri, altri riuscirono a salvarsi consapevoli di aver fatto la scelta giusta.

La responsabilità dunque non è delegabile. Ma ci sono condizioni in cui questa responsabilità è offuscata perché il moto passionale la rende cieca? L’esperienza clinica psicologica e psicopatologica risponderebbe di sì.

In questa affermazione ci sono tanti punti di vista da considerare. Ma ciò che ci deve più interessare è come far valere la nostra libertà, e la nostra responsabilità che è ad essa strettamente connessa.

Nessuna colpa può essere riparata ed espiata, perché ciò che è stato non si cancella. E se non c’è pena non c’è neanche colpa. Allora tutto sfuma, finanche ad alleviare, anche solo temporaneamente, il senso di colpa che da sempre ci affligge.

È così che arriviamo a perdonare e ad assolverci. Siamo tutti uguali e tutti diversi, ma nel rispondere delle nostre passioni e delle nostre azioni siamo unici quando ritroviamo quella intimità con noi stessi che ci porta ad apprezzare le cose, poche o tante, che abbiamo fatto.

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