Se la pace fosse un piatto da servire in tavola, Vladimir Putin sarebbe quel commensale che prima ordina un menù degustazione e poi si lamenta che il cibo è troppo caldo, troppo freddo, troppo condito o non abbastanza speziato
RUSSIA. Così, con il consueto misto di flemma e strategia, il Presidente russo ha accolto la proposta di cessate il fuoco in Ucraina con un atteggiamento che si potrebbe riassumere così: “Interessante, ma solo alle mie condizioni”. Condizioni che, guarda caso, renderebbero il cessate il fuoco più vantaggioso per Mosca che per Kiev.
L’idea di una tregua mediata dagli Stati Uniti, e sostenuta da Donald Trump, ha fatto emergere il lato più calcolatore di Putin. Nessun rifiuto netto, nessuna accettazione entusiasta: solo una lunga lista di “dubbi legittimi”. Un mese di cessate il fuoco? Bene, ma a patto che l’Ucraina non mobiliti truppe, non riceva armi e, magari, si sieda in silenzio mentre la Russia continua a “liberare” territori. Tradotto: Kiev si disarmi mentre Mosca riorganizza le sue forze.
Zelenskyy ha già smascherato il gioco, definendo le parole di Putin “manipolative”. Difficile dargli torto: proporre un cessate il fuoco con condizioni che equivalgono a una resa mascherata è un esercizio di sottile ipocrisia diplomatica. Il tutto mentre il fronte orientale ucraino si stabilizza e la resistenza di Kiev si rafforza nonostante le difficoltà.
Nel frattempo, Donald Trump si aggira nella partita come un giocatore d’azzardo che non ha ancora scoperto le carte. Si dice “pronto a chiamare” Putin, quasi fosse una vecchia conoscenza da rintracciare per un favore. Quali siano le sue vere intenzioni rimane un mistero, ma il suo pragmatismo finanziario emerge quando minaccia “conseguenze economiche” per la Russia, senza specificare quali.
E poi c’è l’Europa, spettatrice involontaria di un negoziato che rischia di svenderla. Putin torna a mettere sul tavolo le sue richieste di sempre: Ucraina fuori dalla NATO, niente aiuti occidentali, riconoscimento dell’occupazione russa in Crimea e nelle quattro regioni annesse nel 2022. E, già che c’è, rilancia con l’idea di smantellare la presenza militare NATO nei paesi entrati dopo il 1997. Un pacchetto “all inclusive” che avrebbe fatto sorridere Stalin.
Il punto è chiaro: Putin non cerca una tregua, ma una vittoria diplomatica senza bisogno di combattere. La sua strategia non è quella di fermare la guerra, ma di congelarla alle sue condizioni, per poi riaccenderla quando più gli conviene. E mentre il Cremlino gioca a scacchi con la geopolitica, il popolo ucraino continua a pagare il prezzo di una pace che rischia di rimanere un miraggio.
Se la storia recente ci ha insegnato qualcosa, è che Putin non firma trattati di pace: firma cambiali, che presenta all’incasso quando l’Occidente abbassa la guardia.
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