Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!
“Che fai tu, luna, in ciel?” La nonna lo sapeva perfettamente! E ora ve lo racconto.
«Su, su, alzati dal divano! Devi andare a dormire, sta arrivando il rosteo senza sangue!»
La nonna mi guarda con gli occhi spalancati che diventano sempre più grandi mano a mano che si avvicina. Io mi faccio sempre più piccola, sperando che il divano mi inghiotta. Rosteo, non so cosa voglia dire, i miei genitori non mi hanno insegnato il dialetto. Ha un suono che gratta, come le unghie delle streghe. Almeno io le immagino così le streghe, con artigli sbeccati infilati nel legno della porta. Ma il rosteo deve essere qualcosa di più potente perché non ha sangue. Un oggetto senza sangue che si muove come gli zombie.
Sono terrorizzata dalle parole della nonna perché evocano oggetti che non conosco e a cui la mia fantasia riesce a dare solo una forma confusa. Penso che ho frignato per restare a dormire da lei, ho insistito un sacco con mia madre che non ne voleva sapere, quasi me ne pento.
«E’ troppo vispa e quando viene qua, non so perché, si agita ancora di più, ti fa diventare matta» le aveva detto mia madre mentre io fissavo la nonna con gli occhi a cuore, cercando di intenerirla. Immaginavo le patate americane sopra la stufa, la coperta sofficemente gigante, anche quella con un nome strano “colzera”, molto diversa dal mio letto dove non si sprofondava e non si potevano estrarre le piume.
La nonna era contenta se le facevo un po’ di compagnia, visto che era da sola e mamma cedeva, quasi sempre. Soprattutto in inverno quando i lavori agricoli all’aperto erano finiti e la nonna passava le giornate in casa a pulire interminabili montagne di radicchio. Al mercato le signore non lo avrebbero comprato, se aveva la terra. «Se le signore vedono le imeghe fanno un salto e non lo comprano» diceva avvicinandomi al naso delle minuscole lumache nere che facevano senso anche a me.
Con la nonna mi sembrava di contribuire all’economia di casa anche se avevo solo otto anni perché lei mi aveva assegnato un compito preciso. Mi passava i ciuffi rossi già lavati e io li sistemavo nelle cassettine. Ogni ciuffo era diverso e lei dava ad ognuno un nome femminile, come se fossero state bambole. In campagna quando era stata bambina lei, tutto si trasformava in gioco perché di giocattoli, quelli dei negozi intendo, non ce n’erano. Un gioco che si poteva trasformare in incubo quando arrivava il buio della sera.
Dopo cena, la nonna usava soluzioni terribili per costringermi ad andare a letto, stratagemmi che i servizi sociali di oggi avrebbero assolutamente disapprovato. La storia del rosteo, ad esempio.
Solo da adulta scoprii, leggendolo in un libro di racconti popolari, che quella parola che grattava, era in italiano, un rastrello indemoniato che ballava sull’aia di notte.
Se il rosteo non era sufficientemente convincente, la nonna passava ai morti che sarebbero venuti a toccarmi i piedi se li tenevo fuori dalla coperta. Motivo per cui, ancora oggi a oltre cinquant’anni e anche in piena estate, non dormo se non ho almeno un lenzuolo che me li copra per intero.
Alla fine salgo, anzi mi arrampico perché il letto della nonna è molto più alto del mio, e mi tiro la colzera-coperta sulla testa, cercando di chiudere gli occhi e di addormentarmi subito. Non succede ovviamente. Appena la nonna sale sul letto matrimoniale in fianco a me sollevando la coperta, un vortice di animali fantastici si annida sotto il lenzuolo e non ce n’è per nessuno.
La nonna forse capisce di aver esagerato e con una mano mi viene a cercare sottocoperta. Io metto fuori il naso e mi rendo conto che fa freddissimo. Fisso le assi di legno del soffitto cercando mostri volteggianti e vedo che in alcuni punti, è bucato. Filtra la luce delle stelle e anche qualche goccia di umidità, questo mi preoccupa perché da lì possono trovare un varco anche le streghe.
«Ci sono i buchi nella casa» dico sconcertata. «Certo che ci sono dei buchi, servono per guardare le stelle e se c’è la luna, anche quella altrimenti come faccio a sapere quando seminare il radicchio e quando raccoglierlo?» dice la nonna usando, sorprendentemente, solo parole in italiano come gli scienziati alla televisione. Il suo tono didascalico mi calma e allora mi metto a osservare fra le fessure per vedere le stelle e imparare anche io dal grande libro della natura.
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