Site icon Il Nuovo Terraglio

La musica, il ricordo

Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!

La tastiera del pianoforte mi scorre sotto le dita, una successione di tasti bianchi e neri che genera, sotto il movimento delle mie mani, sonorità impalpabili. Le note escono dallo strumento simili ad onde, si perdono nell’aria come certe nuvole estive galleggiano sul mare, confondendosi con la luce del tramonto. Continuo a suonare, e intanto rifletto sul mistero di questa musica che mi passa dal cuore alle dita. È una antica melodia, poche note che creano un incanto di leggerezza soave; ricordano un canto materno, una ninna nanna sussurrata per lenire paure e dolori. Eppure, c’è qualcosa di scuro in questa musica, un’aurea dolorosa che rende ancora più efficace la sua bellezza. Cerco di sondare questa oscurità, di carpirne il significato, di comprendere come dall’unione di sofferenza e bellezza possa scaturire qualcosa di puro e perfetto come questa musica. Ed ecco che, come le mie dita sui tasti lucidi della tastiera, la mia mente scivola lontano, a giorni passati e ricordi ancora vividi sotto la pesante distanza del ricordo.

Amavo passare del tempo con mia nonna, soprattutto nelle belle giornate di sole. Quando il cielo azzurro ci ammiccava invitante dai riquadri delle finestre, non sapevamo resistere, noi due: ci guardavamo, un’intesa sorridente negli occhi, e uscivamo a braccetto, pregustando la libertà di quell’ora soltanto nostra, di quei minuti spensierati di chiacchiere e silenzi.

Il nostro tragitto era sempre il solito, più volte collaudato e ben poco fantasioso: percorrevamo il tratto di lungomare che, passando dal retro della nostra casa, si perdeva serpeggiando lungo la costa, fino alle soglie del paese. Il percorso era pianeggiante, e nelle ore delle nostre passeggiate poco affollato; vi si incontravano poche persone, per lo più anziani intenti a godersi il sole sulle panchine fronte mare, o qualche ragazzo in tenuta sportiva che scompariva correndo. Dei pomeriggi passati così, a camminare con mia nonna, ricordo soprattutto questo, la tranquillità e la pace di quelle passeggiate, con la ghiaia a mormorare sotto le mie scarpe e, vicinissimo, il sonnolento moto del mare, con il suo andirivieni di onde ad accarezzare la stretta striscia di sabbia su cui tante volte ho giocato da bambina. E poi, certamente, la risata di mia nonna, quasi che il suo ridere fosse parte integrante di quel paesaggio in cui ho imparato davvero ad amarla, a conoscere lei e la sua storia. Parlava tanto, nonna, aveva una grande bocca da cui le parole sgorgavano veloci, in un vortice di racconti e chiacchiere, ma era quando rideva che si esprimeva davvero: sul suo viso, il riso era un sole che le trasfigurava i lineamenti, che le illuminava gli occhi, ed era allora che, guardandola, mi sembrava davvero straordinaria. Se ancora oggi amo la musica e il raccontare storie, scommetto che sono state quelle passeggiate pomeridiane a segnare il mio destino: il ridere puro di mia nonna e i suoi racconti sono stati l’incantesimo, la fascinazione che ancora bambina hanno determinato il mio essere adulta.

Ero io ad incitarla a raccontare, a parlarmi della sua vita che lei definiva ordinaria, simile a tante. Non lo era, indistintamente vi avvertivo qualcosa di nascosto, una verità significativa, e la cercavo tra i suoi ricordi. Lei parlava, ed ecco che il sentiero davanti a me diventava lo scenario di un mondo lontano, di memorie passate. Il mare luccicante spariva, lasciando il posto, per i miei occhi infantili, agli scenari che lei, la voce forte ma dolce, dipingeva paziente. Vedevo allora l’Italia degli anni della guerra, la nebbia di una campagna emiliana, e le braccia esili di una bambina simile a me intente nelle fatiche della vendemmia. Vedevo l’orrore dei bombardamenti, il cielo minaccioso di giorni incerti, le strade grigie di città devastate dalle bombe e dalla miseria. E ancora, immaginavo il viaggio di una famiglia di sfollati, la tenacia di chi, pur non avendo più niente, conservava nel cuore la voglia di ricominciare, di vivere ancora. Mi raccontava, la nonna, dei suoi anni di giovinezza, quando il mondo finalmente sembrava aver ripreso i suoi colori, la sua pienezza di vita. Erano stati anni felici, quelli, eppure un’ombra le tingeva il volto, una malinconia che il suo sorriso lieve non riusciva a celarmi. In quegli anni, mi diceva, la vita le aveva svelato i suoi segreti, per la prima volta l’aveva messa alla prova insegnandole più di quanto avevano fatto le bombe e i tempi della guerra. «Che cosa è successo?» le chiedevo impaziente, gli occhi intenti a scrutarle il viso, la mano a stringere più forte la sua. Lei taceva, allora, e continuava a sorridere pensosa, fissando quel mare che, lo sapevo, non era mai riuscita ad amare.

Eravamo sedute su una panchina, in un pomeriggio di maggio, quando mia nonna decise di raccontarmi quel tassello mancante, quello spicchio della sua storia che aveva finora taciuto. «Avevo vent’anni all’epoca,» -prese a raccontare- «e spesso a vent’anni sono tante le cose che non si capiscono della vita. Lo stesso valeva per me, ma a quel tempo avevo conosciuto l’amore. Renato era il mio fidanzato, e per me era la luce. Era bello, e molto, ma a farmi innamorare di lui era stata la sua anima, il suo modo di guardare alle cose. Sapeva scovare la bellezza in tutto, e coglierla con facilità, come si fa con un fiore. Con lui il mondo mi ha incantato con paesaggi prima di allora sconosciuti: Renato era musica, letteratura, voglia di conoscere. Se penso a lui rivedo i volumi che mi prestava, classici della letteratura che voleva che anche io imparassi ad amare, di cui poi parlavamo insieme per ore. E poi dischi, Chopin e l’opera, e lui che rideva facendomi volteggiare in valzer improvvisati. Nel suo modo di essere c’era tutta la gioia di vivere dei vent’anni, e io con lui mi sentivo così, viva. Anche in quel pomeriggio d’estate, quando la vita mi ha mostrato finalmente tutto il suo volto, senza più maschere e illusioni. Stavamo andando al mare, eravamo noi due sopra la sua motocicletta brillante di sole. Avevamo deciso di sposarci di lì a qualche mese, l’aria che respiravamo era densa di progetti futuri, di sogni a occhi aperti che non vedevamo l’ora di realizzare. Ricordo tutto di quel breve viaggio, percorso lungo la strada che si snoda lungo queste scogliere. Indossavo un vestito di lino chiaro, che mi solleticava le gambe nel suo gonfiarsi di vento; il mare brillava sotto di noi così tanto da ferire gli occhi, ed io lo fissavo appoggiandomi con la testa alle spalle di Renato. Te l’ho detto, ricordo tutto di quel momento. Chiusi gli occhi e allargai le braccia contro il vento». – Mia nonna, seria, seduta accanto a me, ripercorse quei gesti socchiudendo gli occhi e liberando le mani nell’aria. «Ricordo che gridai. Gridai “sono felice!”, lo gridai rivolta al mare, a Renato, forse alla vita che mi aspettava. Lo gridai a me stessa, per ricordarmi quel momento per sempre, quella sensazione di assoluta pienezza, di gioia pura. Lo gridai forte, e poi tornai a guardare tutto quell’azzurro del mare che scorreva veloce sotto ai miei occhi». Mia nonna tacque, di nuovo quell’ombra sul viso, di nuovo quel segreto inespresso. «E poi?»

«E poi ci fu il ribaltamento di tutto. O meglio, il rovescio della medaglia che è reale e necessario quanto l’altra metà. Quello stesso pomeriggio Renato morì, sotto i miei occhi, inghiottito dal mare. Stava nuotando, quando la sua testa sparì sotto le onde. Il resto fu un attimo, e la mia memoria diventa confusa…ricordo di essermi gettata, di aver gridato, di aver quasi sperato che il mare portasse via anche me. Quello che seguì fu per lungo tempo peggio della morte. Ma poi capii». Mia nonna sorrise, di quel suo sorriso lento, spiazzante, e la sua carezza sul mio viso fu dolce e amara a un tempo. «Poi capii che la mia vita doveva diventare un canto. Un canto alla bellezza, alla gioia di esserci, al valore del ricordo. Quell’attimo di gioia pura, su quella moto, con le braccia al vento, non doveva andare perduto, ma ho giurato che avrebbe vissuto in me ogni giorno, in ogni mio gesto, in ogni mia parola. Sono seguiti tanti anni dopo quel giorno, ogni ruga che adesso leggi sul mio viso è il frutto di gioie e dolori che mi hanno accompagnata fino a qui, a sedere su questa panchina, con te. Eppure, ogni mio gesto è il risuonare di quel grido di felicità, in quel giorno lontano. Ogni volta che rido, che parlo, che guardo il mondo, puoi vedere in me il mantenimento di quella promessa, l’accettazione del fatto che, per vivere veramente, bisogna accogliere fino in fondo la felicità e la sofferenza, farne una cosa sola, conciliarle l’una con l’altra. Se saprai dominare questo segreto, e trovare il modo di abbracciare il dolore e la gioia soavemente, la tua felicità non sarà mai vuota e il tuo dolore mai aspro».

Soltanto adesso, di fronte a questo pianoforte, mentre le mie dita generano questa melodia così densa e delicata insieme, capisco appieno le parole di mia nonna, la sua vita, il suo ridere leggero e pensoso.

Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui

Exit mobile version