Africa e Camerun, con mamma Josette che decide che la vita va vissuta intensamente, con l’indipendenza che diventa forza e gratitudine verso le proprie origini
Con la regia ispiratissima di Auguste Bernard Kouemo Yanghu e l’interpretazione della madre Josette Kwanya, scomparsa nel 2024, racconta il Camerun e la storia di una vedova ottantenne che ha messo al mondo sei figli, ma tutti espatriati in Europa. Che sentono e vedono la mamma, ma ovviamente con l’aiuto della tecnologia, con videochiamate e quant’altro. Ovvio che in questa situazione la tristezza e la malinconia diventano padroni di una vita, anche se la salute non manca, coadiuvata da piccoli e grandi impegni, come la decisione di costruire un’altra casa, forse simulacro di una ricerca di avere altro a cui pensare. Ma nella vita di Josette sembra esserci ancora spazio e questo si chiama Sarah, interpretata da Moudjeu Pouadeu. Tra le due nasce un rapporto simbiotico, affatto subalterno, che riesce ad ottenere consensi ed empatia, arrivando persino a recitare nella realtà il ruolo di madre e figlia. Con il fidanzato francese di Sarah che verrà allontanato con una delazione dalla “mamma”. Forse per trattenere a sé Sarah, ultimo baluardo fisico e morale di un esistenza che vuole uscire dal divano, contemplando i bambini giocare al pallone e trattenendo il suo destino, il Camerun e l’Africa. Perchè “La maison du vent“ è un autentico affresco di malinconia, desiderio e vitalità, denso di appartenenza e coraggio. Ricco di quella sana inquietudine di voler vivere rincorrendo la propria esistenza con la barra dritta, l’orgoglio e la fierezza.
Photo Credit by La Biennale di Venezia
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