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La macchina del tempo 

Un viaggio tra memoria e apparenza: la vecchiaia come ponte tra passato e presente, dove ascoltare diventa un atto d’amore

Per sentirsi amati bisogna farsi amare. Nessuno vuol vedere nell’altro i segni del dolore. E il segreto per farsi amare sta nel mostrare nel volto quella gioia che forse non abbiamo. Mostrarsi agli altri in una luce positiva, anche quando dentro si prova dolore o malinconia.

Tutti noi cerchiamo di allontanarci dalla sofferenza, soprattutto in quella rappresentazione della realtà da cui non possiamo sfuggire, la brevità della vita, la malattia, la morte. I vecchi danno fastidio ai giovani non perché sono vecchi ma perché si lamentano. Hanno paura, non accettano la solitudine, pretendono di essere accuditi. Gli anziani diventano così un “peso”, raramente una risorsa. Un ostacolo agli impegni e al tempo libero dei giovani. Nei vecchi vediamo con angoscia il nostro futuro, fatto di fragilità e limiti. Temiamo di esserne contagiati perché vorremmo vivere in un eterno presente di salute e vitalità.

I giovani, sempre molto occupati, non amano fermarsi se non per poco tempo con i loro genitori, che bramano di averli vicino. All’ egoismo dei giovani si contrappone l’egoismo dei vecchi. Da qui nascono rancori, rimproveri, amarezza, spesso depressione e sensi di colpa. Sentimenti questi che vecchi e giovani condividono in questa loro difficile ma inevitabile coesistenza.

Un film degli anni ’60, “La macchina del tempo”, narra la vicenda di uno stravagante inventore che trova il modo per risalire ad ambienti del passato, non solo di qualche decennio o secolo fa, ma addirittura dell’età preistorica. Il protagonista, attivando il macchinario da lui creato viaggia indietro nel tempo, a volte spaesato, altre volte meravigliato e spaventato. Il vecchio è una molto speciale macchina del tempo. E’ sorprendente la vividezza e precisione con cui ricorda le vicende del suo passato, a volte solo alcuni frammenti. In lui sopravvive la memoria di epoche lontane, di persone e di vicende che i giovani non hanno conosciuto ma che costituiscono le radici della loro identità. Basta avere la pazienza di ascoltarlo, di interrogarlo, per scoprire un mondo che ci appartiene più di quanto crediamo.


Questa idea restituisce dignità e valore alla vecchiaia, che non è più soltanto una fase di declino ma anche una fonte di conoscenza e di continuità. Conoscere la propria storia, quando ancora non c’eravamo ha un potente effetto terapeutico. Ci è di aiuto nel superare fasi di sconforto e di noia. Trovare in certi nostri gesti e abitudini tracce di chi ci ha preceduti, ci ridà il senso della presenza e della continuità. Quando i nostri vecchi ci lasceranno, quanti buchi nella nostra esistenza, quanti vuoti da colmare che avremmo potuto colmare. Non sempre cose gradevoli da ricordare ma forse anche una dimostrazione che i vecchi sono come tutti noi e le nostre esperienze giovanili appartengono anche al loro passato. Ci possiamo perdonare tante cose sapendo che siamo fatti della stessa pasta, anche se a volte ci potrebbe non fare piacere. Attraverso la memoria, i vecchi diventano il ponte tra passato e presente, permettendo ai giovani di comprendere meglio sé stessi.


Tuttavia, la comunicazione tra le generazioni non è semplice. Per essere accettato, il vecchio deve spesso indossare una maschera, mostrarsi come gli altri vogliono vederlo: sereno, allegro, vitale, “sempre giovane”. È una forma di finzione necessaria, un modo per sopravvivere al giudizio sociale e per non essere escluso. E’ l’unica possibilità che ha per sentirsi amato e farsi amare. I giovani, dal canto loro, devono imparare a rallentare, a fermarsi e ad ascoltare. Devono far funzionare “la macchina del tempo”, cioè attivare quel dialogo coi vecchi che consente ai ricordi di continuare a vivere. Il legame tra giovani e anziani si fonda su un equilibrio fragile tra memoria e apparenza, tra verità e rappresentazione. Il vecchio, pur nascondendo la sua stanchezza, offre la ricchezza della sua esperienza; il giovane, se accetta di ascoltare, riceve in dono una parte della propria storia. Solo così la “macchina del tempo” può funzionare davvero: non solo occasione nostalgica, anche atto d’amore e di continuità tra le generazioni.

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