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La lettera aperta di Amedeo Lombardi, founder di Home Festival

Scrivo in un camerino di una domenica pomeriggio finalmente assolata. Per molti una domenica come tante altre, la solita domenica con il calcio in televisione e qualcosa da fare la sera per distrarsi e allontanare

Scrivo in un camerino di una domenica pomeriggio finalmente assolata. Per molti una domenica come tante altre, la solita domenica con il calcio in televisione e qualcosa da fare la sera per distrarsi e allontanare ancor di più i pensieri della routine quotidiana che ricomincia il lunedì. Ma non per noi. Noi, il popolo festivaliero che tra poche ore vedrà chiudere nuovamente le porte di casa. Quest’anno, poi, per me, è stato un momento ancora più significativo, perché si chiude un ciclo.

 

Un ciclo che ha visto in questi giorni smentire un ritornello che da troppi anni sento ripetere: in Italia non si possono fare festival (di livello europeo). Beh, ci abbiamo messo nove anni ma l’abbiamo completamente smentito. Camminare in un campeggio sold out con 350 persone arrivate dall’estero e da tutte le regioni italiane. Vedere decine di migliaia di persone per due giorni ballare, cantare, divertirsi, insomma vivere, anche se sotto la pioggia, è stata la più grossa gioia e soddisfazione, che dono a chi continuava a offendere dandoci dei folli.

 

Per la prima volta ho visto ciò che desideravamo, un vero festival in Italia! Un arcobaleno dipinto sul main stage, un cielo a tratti ostile, la gioia di decine di migliaia di persone, di tutte le età, con vite, esperienze e necessità diverse, ci hanno dato la consapevolezza che siamo davvero un festival europeo. E le immagini che meglio di tutte sintetizzano quello che voglio dire sono quelle che ho visto venerdì e sabato sera. La gente in coda sotto la pioggia. Davanti al main stage una folla internazionale, con persone giunte persino dall’Australia, e nessuno che si lamentava. Ecco: è la prova di maturità, la dimostrazione che dopo aver costruito il festival abbiamo anche educato gli Homies, il nostro popolo, a vivere il festival come si fa in Europa. In barba a pioggia, fango e freddo perché la voglia di stare insieme e divertirsi è più forte di una maglietta bagnata, perché la filosofia di gioire celebrando la vita ha vinto su quella del continuo lamentarsi per tutto con l’ignorante convinzione di parlare per tutti e soprattutto con la bieca arroganza di non accettare i cambiamenti.

 

E nel 2019 di cambiamenti ce ne saranno davvero tanti, al punto che abbiamo deciso di ingrandire ancor di più questa casa per ospitarli. Il prossimo anno l’Home aprirà le porte ben due volte a giugno nella sua “CASA NATALE” qui a Treviso e a luglio a Venezia.

 

Due case diverse, ma che avranno la stessa passione, gli stessi valori e forse anche gli stessi difetti, perché come dico sempre, siamo veri non perfetti, ma che doneranno entrambe emozioni ed esperienze, una più familiare e l’altra dai tratti più internazionali, ma entrambe parleranno di musica, cultura, società e delle eccellenze Italiane e regionali. Perché HOME è quello che ho visto in questi giorni.

 

Passeggiavo questi giorni sotto la pioggia e vedevo espressioni felici, persone che si baciavano, passeggini, skaters. Chi ballava, chi cantava, chi giocava, chi brindava, chi mangiava, chi lavorava sereno, in un’atmosfera rilassante. Tutto ciò è merito della professionalità di un gruppo di lavoro, che si è evoluto, diventato ormai una famiglia, che ha sposato, sopportato e supportato una visione, realizzando concretamente un’area in completa sicurezza, nonostante le due giornate di pioggia intensa, garantendo di continuo gli standard di sicurezza. Sfido qualsiasi altra manifestazione a fare lo stesso, qualsiasi leone di tastiera a cimentarsi solo con l’ideazione di tale progetto o di tale visione.

 

Per questo, voglio ringraziare la famiglia che ha costruito e realizzato questo cambiamento. Persone che hanno una vita ed una missione: essere gli eroi che stanno cambiando il modo di divertirsi in Italia, ognuno col suo ruolo, anche se spesso nessuno si accorge di loro. Eroi che hanno un nome, un cognome e un soprannome: tutti i ragazzi dell’ufficio, Andrea, Silvia, Elisa, Fabio, Luca Boso, Bonni, Giuliana Dal Pozzo, l’ing. Quinto (eroe vero come tutti i vigili del fuoco, vanto di una nazione). Il D- Team: Matteo Favaro, Matteo Sbeghen, Marco Tonno, Ale Svertex, Ciccio Borsato, Michele, Simone Ghiro, Pit Bull, Avo, James, Massimo Racehllo, Kabir, Cris, Fabio, Michelina. Senza dimenticare Stefano, Raffa, Zantedeschi, Simon, Silvia e Rudy, Jhonny e Bad Boccia, tutti i tecnici, i baristi, i volontari che hanno lavorato ore e ore bagnati fradici. Ma su tutti voglio ringraziare Califfo, che dall’ospedale pregava e combatteva con noi. E soprattutto le persone che hanno sfidato la pioggia per permettermi di dire oggi, con poca umiltà: ce l’abbiamo fatta, abbiamo cambiato una nazione e il modo di divertirsi di una nazione.

 

Come mi ha detto Joe degli Alt- j: “Capisci molto di un festival da come è organizzato il backstage. Arrivi qui e trovi catering di ogni tipo, un barbiere, un gelataio, un liutaio, un palco per le jam session e un vero letto. Ti senti just like home”

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